Georges Feydeau in Svizzera

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Gazette de Lausanne il 5 gennaio 1978. L’autore è Jean-Louis Kuffer. La traduzione è mia.

Georges FeydeauAlcuni mesi dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale, un noto giornale chiese a Georges Feydeau quale fosse la sua idea in proposito. Mentre molti altri suoi colleghi letterati avevano già dato fiato alle patriottiche trombe, Feydeau si limitò a rispondere: “Un vaudevillista come me non può permettersi di esprimere un’opinione su un evento di simile portata”. Autore di gran moda agli inizi del Novecento, poi caduto in disuso e infine riscoperto alcuni lustri dopo, Feydeau, a teatro, fu probabilmente uno degli autori più arguti nel descrivere lo stile di vita della borghesia agiata della Terza Repubblica. Superficiali solo in apparenza, e in grado di stupire innanzitutto lo spettatore contemporaneo per lo straordinario meccanismo di concatenazione degli eventi, i vaudeville di Feydeau suonano, tuttavia, molto meno vuoti della maggior parte dei cosiddetti spettacoli di boulevard a cui assistiamo oggigiorno. A cosa è dovuto tutto ciò? Forse a qualche significato metafisico nascosto? Niente affatto. Forse alla penetrazione psicologica dell’autore? Nemmeno. Georges Feydeau non si atteggia a uomo profondo, né tantomeno ad analista o contestatore larvato che agisce “dal di dentro”. Alcuni critici, riferendosi ai suoi meccanismi teatrali, hanno parlato di macchine infernali simili a quelle che in seguito saranno le pièces di un Ionesco. Ma probabilmente apporre i nostri schemi interpretativi sulle composizioni di questo placido borghese che, vale la pena ricordare, concluse la propria esistenza in malinconica solitudine fino a morire nella follia, sarebbe sollecitare un po’ troppo la realtà. Sta di fatto che lo sguardo di Feydeau sulla società del suo tempo è meno innocente di quanto possa sembrare di primo acchito. C’è da credere che facendosi beffe, senza disprezzo né cattiveria, dei suoi simili, l’autore, incidentalmente, ritragga l’assurdità di certe convenzioni – derivanti proprio da un meccanismo povero – e della piattezza di ciò che viene giustamente definita “la mentalità borghese”.

Nella sua pièce Il signore va a caccia, uno dei primi successi di Feydeau, vediamo così tutta una sfilza di personaggi che si frequentano senza incontrarsi veramente – notiamo, in effetti, su cosa si basa, alla fin fine, l’unico amore “consacrato” dei coniugi Duchotel – poiché il dramma scaturisce solo e unicamente da una serie di coincidenze ed imprevisti. La vita di De Moricet, giovane medico di poetiche pretese, ruota attorno a Léontine Duchotel, allo sposo di lei, a Gontran, il Monsieur Chassedamerino diplomato, o a Cassagne, il marito cornificato, e non è semplice valutare quale, tra le figure maschili presenti in scena, sia la più inetta. Feydeau, da buon galantuomo, sembra provare una maggior simpatia per Léontine e per la signora Latour, aristocratica mal maritata diventata portinaia di un albergo che si contraddistingue per essere il luogo in cui tutto il bel mondo viene a spassarsela. A tal proposito, non c’è alcun significato morale da trarre da quella che resta pur sempre una commedia allegra. Né il regista né gli attori hanno ritenuto opportuno “allontanarsi” dal testo in modo da mostrare al pubblico le eventuali implicazioni nascoste; scelta che condivido appieno poiché la circostanza non si prestava proprio a un’eventualità del genere, visto e considerato che abbiamo già assistito a troppe riletture “presuntuose”. Lasciamoci piuttosto affascinare dal teatro, anche se di un genere alquanto desueto. Quando Paul Pasquier o Bernard Junod compaiono in scena, nei panni del commissario o del provinciale, come si fa a non credere in quella fede e in quella passione che alcuni dei nostri attori manifestano verso lo “scopo” della loro vita? Irène Vidy e Jane Savigny, attrici comprimarie, fanno faville, mentre Jean Fullet, nel ruolo di Duchotel, è la quintessenza della falsa ignavia. François Silvant calca un po’ la mano, ma insomma domani è un altro giorno si vedrà.

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