Feydeau e la censura tedesca applicata alla Dame de Chez Maxim

Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta il 15 luglio 1900 sulla rivista Le monde artiste: théâtre, musique, beaux-arts, littérature. L’autore è Edmond Stoulling. La traduzione è mia.

La dame de Chez Maxim - locandinaChi l’avrebbe mai detto che un giorno l’esilarante vaudeville di Georges Feydeau, La Signora di Chez Maxim, sarebbe stato oggetto di risentimenti, polemiche, provvedimenti giudiziari e processi? Eppure è andata proprio così. Descriviamo qui di seguito gli avvenimenti.

Otto giorni fa, al Teatro Flora di Colonia, si è tenuta, con enorme successo di pubblico, la prima rappresentazione di La Signora di Chez Maxim. Il giorno seguente il Kölnische Volkszeitung ha protestato vivamente contro l’immoralità della pièce. La Kölnische Zeitung ha preso le difese del vaudeville di Feydeau e questo ha comportato la successiva replica del Kölnische Volkszeitung che si è espresso in questi termini (riportiamo fedelmente quanto asserito, senza omettere nulla, per mantenerne tutta l’espressività):

In una capitale come Colonia è più che ovvio che ci siano individui poco raccomandabili che provano soddisfazione nell’assistere a una pièce oscena; tuttavia, la Kölnische Zeitung non ha alcun diritto di affermare che i sostenitori della lex Heinze (vedere Nota 1) hanno fornito un contingente molto più numeroso di quello delle parti avverse durante le rappresentazioni tenutesi nel porcile Flora.
La pièce è scandalosa, e il fatto che a Colonia ne sia stata autorizzata la messinscena è altrettanto scandaloso.
Sappiamo da fonti sicure che il capo della polizia è stato avvertito per tempo e che non si è avvalso del suo diritto di vietarla, come era in suo potere, e suo dovere, fare. Purtroppo il paragrafo 184b della lex Heinze, che avrebbe permesso di prendere per il collo La Signora di Chez Maxim e i suoi sostenitori, è stato cancellato. È dovere della polizia prendere misure repressive.

E infatti, il capo della polizia le misure le ha prese: ha notificato al direttore del Teatro Flora un ordine di interruzione delle repliche da attuare entro mercoledì prossimo. Per quella data, tutta Colonia avrà visto La Signora di Chez Maxim anche perché durante le prime tre rappresentazioni sono stati ben diecimila gli spettatori che si sono piegati in due dalle risate senza sollevare la benché minima protesta. In compenso, il direttore e la compagnia del Teatro Flora hanno appena citato in giudizio il caporedattore del Kölnische Volkszeitung chiedendogli un risarcimento danni per aver utilizzato nei confronti del teatro l’epiteto porcile.

E pensare che il testo messo in scena a Colonia era anche una versione espurgata già rappresentata con enorme successo in tutte le principali città della Germania.

La dame de Chez Maxim - un fotogramma del film

Note:
[1]
Legge tedesca del 1900 che favoriva la pubblica moralità con la limitazione del diritto di espressione artistica.

Feydeau e la censura della televisione italiana

Il presente articolo è tratto da La Stampa, 21 dicembre 1968, pag. 7. L’autore è il critico Ugo Buzzolan (1924-1990).

Belle EpoqueMartedì la televisione ha trasmesso La presidentessa, tipica pochade della cosiddetta Belle Époque. Un avvenimento, perché la pochade di questo tipo che chiameremo galantè non era mai arrivata sul video. Abbiamo lodato la vivace interpretazione di Valeria Moriconi, Alberto Lionello, Mario Scaccia e compagni; e abbiamo rilevato come solo la bravura degli attori e il gusto del regista Enriquez siano riusciti a rendere divertente un testo che è molto invecchiato e che soprattutto è pieno di ingenuità.

Ma la storia della pochade in tv pare sia già finita. Dall’ufficio stampa della Compagnia dei Quattro diretta da Enriquez ci è giunta una lettera in cui si avverte che La presidentessa doveva essere la prima parte di una trilogia dedicata alla Belle Époque e comprendente anche La dame de Chez Maxim di Feydeau e Il viaggio del Signor Perrichon di Labiche.

La compagnia era pronta per l’allestimento di Feydeau quando – citiamo testualmente la lettera – “per un incredibile e imprevisto intervento” del Comitato di vigilanza del Ministero delle Telecomunicazioni che sconsigliava la realizzazione della pochade di Feydeau, la Rai-tv cancellava premurosamente La dame de Chez Maxim dal repertorio, mandando così a monte il progetto della trilogia.

Se l’informazione è vera – e sarebbe consolante apprendere che non è vera – non si sa se piangere o se ridere. Il copione incriminato risale al 1899 e allora fu salutato come un capolavoro di comicità e di malizia. Oggi la commedia risulta piacevolmente brillante, ma la comicità s’è un poco stinta come il colore di un antico quadro e la malizia appare talmente scoperta, ilare e candida che non avrebbe neppure più la forza di far arrossire una educanda (ammesso che ce ne siano ancora in circolazione). Solo un maniaco potrebbe ricavarci, e a fatica, argomenti per lubriche meditazioni.

Non resta che un’ipotesi. Chi ha suggerito, ammonito, sconsigliato, ecc. ecc., non conosce il testo, forse perché non esiste una traduzione italiana. S’è lasciato suggestionare dal titolo che ha una vaga risonanza di peccato, che sa di donne perdute, di tabarin e di coppe di champagne. Lo invitiamo cordialmente a leggersi la commedia o a farsela tradurre; e a riflettere su un fatto elementare, che non è vietando un autore innocuo come Feydeau che si salvano le anime degli spettatori o si raddrizza la morale pubblica e privata.

Georges Feydeau e la poltrona estatica

Il presente saggio è tratto dalla Revue d’Histoire littéraire de la France, 60e Année, No. 4 (Oct. – Dec., 1960), pp. 557-559, pubblicata da Presses Universitaires de France. L’autore è Norman Richard Shapiro. La traduzione è mia. Si ringrazia Norman Richard Shapiro per l’autorizzazione.

La dame de Chez MaximMalgrado la disapprovazione di André Malraux, il teatro di Georges Feydeau continuerà, senza ombra di dubbio, a godere di quel ritorno di popolarità che lo caratterizza già da alcuni anni a questa parte. Senza ergerci a difensori di questa popolarità – peraltro più che meritata – cercheremo, nei paragrafi che seguono, di attirare l’attenzione di coloro che s’interessano di storia della drammaturgia e di storia della letteratura (e in particolare degli ammiratori di Feydeau) su un unico problema di erudizione. Anche se la questione da noi sollevata non è di primaria importanza nell’ambito della valutazione complessiva dell’autore, merita comunque la nostra attenzione poiché si tratta di un’allusione che dimostra fino a che punto Feydeau cogliesse la portata di determinate credenze, per non dire di determinate manie, della sua epoca, per trasformarle se non nella materia principale delle sue commedie almeno in un elemento comico significativo.

Nel suo saggio intitolato L’accessoire, deus ex machina, ou la fatalité dans le théâtre de Feydeau (in Cahiers de la compagnie Madelaine Renaud-Jean Louis Barrault, janvier 1956, pp. 71-78), Paul-Louis Mignon parla, con notevole perspicacia, dell’importanza degli oggetti di scena nel teatro del nostro autore. A titolo di esempio, egli cita, tra gli altri, la poltrona estatica, straordinario oggetto meccanico dai poteri anestetici (che presenta alcuni punti in comune con la sedia elettrica americana, inventata poco tempo prima) che svolge un ruolo molto importante nelle mille peripezie de La signora di Chez Maxim (1899) riuscendo ad addormentare le sue vittime senza difficoltà e… senza farsi scrupoli. Secondo Paul-Louis Mignon, questa poltrona è il frutto dell’immaginazione fantastica di Feydeau, nonché prova del suo desiderio di sfruttare (e, potremmo aggiungere, di schernire) il gusto dei suoi contemporanei per le meraviglie della Scienza con la S maiuscola:

In questo caso, risulta evidente uno dei caratteri originali dell’arte di Feydeau: il fantastico. È uno degli aspetti della poesia che il gioco sfrenato dell’immaginazione trasmette a questi intrighi relativi al mondo novecentesco. Feydeau, nella maggior parte dei casi, fa emergere questo tipo di fantastico dal mistero suscitato nel pubblico dalle invenzioni moderne della meccanica e dall’utilizzo dell’elettricità… Marcel Simon, l’interprete preferito di Feydeau, racconta che alla fine di una rappresentazione de La signora di Chez Maxim una coppia discuteva con serietà della poltrona estatica: credevano che esistesse davvero! Il teatro di Feydeau, in effetti, ha un che di magico, e l’oggetto di scena, in questo universo singolare, è un ammaliatore. Anche in questo, sembra unirsi alle divinità della tragedia. (pp. 76-77)

Dame de Chez MaximNon è nostra intenzione voler negare l’importanza dell’oggetto di scena nel teatro di Feydeau. Anzi. Tuttavia, possiamo aggiungere qualche altra riflessione all’esempio succitato, episodi che l’autore dell’articolo non aveva sotto gli occhi e che dimostrano, in modo ancora più palese, la forza di questa parodia della Scienza stessa. Non siamo in grado di specificare dove Paul-Louis Mignon abbia trovato l’aneddoto riferito da Marcel Simon, né, a maggior ragione, da chi fosse composta la famosa “coppia” che parlava della poltrona estatica con tanta serietà, tuttavia, chiunque fossero queste due persone anonime sarebbe forse sbagliato biasimarle per il loro credere all’esistenza di una macchina così bizzarra. In effetti, anche se la poltrona estatica era nata dalla fantasia di Feydeau, ed era quindi un oggetto che solo i creduloni avrebbero potuto scambiare per vero, il nome del suo presunto inventore, citato nella commedia, poteva facilmente trarre in inganno gli spettatori. Proviamo a dare un’occhiata alla scena in cui lo sventurato dottor Petypon, entusiasta delle possibilità terapeutiche di un simile apparecchio, lo mostra per la prima volta al collega Mongicourt:

Petypon (con un’esclamazione di sorpresa) Eh! no! è la famosa poltrona estatica! La celebre invenzione del dottor Tunékunc! Ho visto i suoi esperimenti a Vienna durante l’ultimo congresso di medicina e ho deciso di acquistarla per la mia clinica.
Mongicourt (inchinandosi) Ah? ti tratti bene!
Petypon Ma anche tu l’avrai, molto presto! Tutti i medici ne avranno una, perché questo è il futuro! Come con gli aeroplani. Chissà quali sorprese potranno riservarci questi raggi X!
Mongicourt E siamo solo ai primordi!
Petypon E pensare che fino a oggi i malati si addormentavano con il cloroformio, che oltre a essere molto pericoloso… è sempre penoso! Mentre ora, con questa poltrona!…

Ma chi era, dunque, questo dottor Tunékunc, inventore della poltrona? Il nome parla da solo. Per quanto poco si rifletta su questa serie di suoni, risulta evidente che un simile personaggio non è mai esistito. Tuttavia, e questo è meno ovvio, durante i primi otto-nove anni di vita della commedia, l’invenzione, anziché essere attribuita a un dottore immaginario, era attribuita a un vero medico, in carne e ossa, sempre citato da Petypon: il dottor Moutier. Un medico con questo nome, discepolo del celebre Jacques d’Arsonval (promotore dell’elettroterapia), si specializzò proprio nel trattamento di alcune malattie fisiche e nervose attraverso l’uso di correnti elettriche ad alta frequenza.

Dame de Chez Maxim

La macchina di Feydeau non era dunque una parodia generica e, per così dire, estratta, ma una parodia specifica e ben evidente. Talmente evidente che, molti anni dopo i primi successi de La signora di Chez Maxim, ovvero nel 1908, Feydeau e l’impresario Micheau si trovarono costretti ad affrontare un processo. Ecco la descrizione dei fatti secondo un annalista teatrale dell’epoca:

Il dottor Moutier, medico elettricista, ha intentato un’azione legale contro Georges Feydeau e Henri Micheau a causa di una frase contenuta ne La signora di Chez Maxim riguardante la poltrona estatica del dottor Moutier. L’esito del processo è stato reso noto a fine luglio: “Il tribunale ritiene che la somiglianza di nome e professione possa indurre lo spettatore a stabilire un collegamento disdicevole tra l’immaginario inventore della poltrona estatica e la personalità del richiedente, essendo egli proprio un esperto di elettroterapia. Ragion per cui le scene aventi per oggetto la suddetta poltrona sono da considerarsi lesive della dignità professionale del dottor Moutier” (Edmond Stoullig, Les Annales du théâtre et de la musique, année 1908 (Ollendorff), p. 385, note).

In seguito a questa sentenza, Feydeau cancellò il nome dell’erudito per sostituirlo con un altro il cui suono assurdo, che rasenta la volgarità, rende fin troppo evidenti i suoi sentimenti nei confronti del dottore che gli aveva creato tanti fastidi (Tunékunc, ovvero tu n’es qu’un con (sei solo uno stupido!)). Se dunque l’aneddoto riportato da Marcel Simon risale a prima del processo, allora l’errore commesso dalla “nostra” coppia è più che giustificabile. La reazione un po’ ingenua, ma scusabile, dei due sconosciuti potrebbe quindi essere da noi interpretata come una vittoria dello scherno di cui Feydeau faceva oggetto l’ottimismo, spesso eccessivo, di quell’epoca completamente intrisa di Scienza. Se la sua intenzione era deridere il dottor Moutier, dobbiamo ammettere che almeno due spettatori riuscirono a cogliere tale proponimento. Sarebbe tuttavia azzardato suggerire che Feydeau non avesse alcun rispetto per le scoperte scientifiche, anche se è fuori di dubbio che l’autore vedeva in esse un terreno fertile sia per i ciarlatani che per gli eruditi, la cui sincerità non impediva loro di imboccare spesso la strada sbagliata a spese della razza umana. La Scienza, infatti, agli inizi del Novecento, aveva assunto le dimensioni di una mania. Da vicino, non era affatto semplice distinguere i veri contributi scientifici dalle novità assurde e senza futuro.

Come suggerito da Paul-Louis Mignon, la Scienza contemporanea ha notevolmente incentivato l’immaginazione comica di Feydeau. Nel presente studio, ci siamo occupati di un unico aspetto di tale ispirazione che, qualora si desiderasse studiarla nell’insieme dell’opera dell’autore, fornirebbe materiale sufficiente per un saggio molto più approfondito del nostro.

La Dame de Chez Maxim alla Biennale di Fort de Bron – intervista al regista (in francese)

L’italiana Pina Menichelli e La dame de Chez Maxim’s di Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul n. 26 della rivista Cinémagazine il 15 luglio 1921. L’autore è Jean Pascal. La traduzione è mia.

Pina Menichelli gira a Parigi La dame de Chez Maxim’s

La grande star italiana Pina Menichelli è appena sbarcata a Parigi assieme al suo producer Charles Amato, direttore della Rinascimento-Film, al suo regista, Amleto Palermi, al suo operatore e a tutta una serie di comparse, macchinisti e scenografi che seguono l’interprete de Il Fuoco (1915) in tutti i suoi spostamenti.

Forse che Pina Menichelli si è recata nella capitale francese per distrarsi o costruirsi una chiassosa pubblicità di cui il suo talento, fatto di commovente sincerità e luminosa bellezza, non ha per nulla bisogno? No, lo scopo del suo viaggio è puramente cinematografico, se così si può dire, e solo un paio d’ore dopo la sua discesa dal Roma Express, la troupe della Rinascimento-Film ha iniziato a girare, in rue Royale, le prime scene di La dame de Chez Maxim’s.

Uno dei nostri più vivaci e divertenti artisti, Marcel Lévesque, si è unito al cast italiano e devo dire che è stato uno spettacolo di indubbio fascino vedere, presso la terrazza di Maxim’s, l’esilarante combriccola di attrici e attori del cinema muto venuti d’Oltralpe a interpretare i festaioli attardati.

Pina Menichelli

Pina Menichelli, inebriante sotto il palco d’oro dei suoi biondi capelli, simulava, con bravura tale da trarre in inganno, le fatiche e il disordine di una notte agitata presso il leggendario cabaret. Marcel Lévesque, con il cappello a cilindro di traverso come un uomo che ha appena fatto baldoria, era scatenato al massimo livello: “Che sbronza, mio Dio! Quante gliene hanno dette alla Môme!”.

E mentre le riflessioni dei perdigiorno incalliti si susseguivano maligne, se non addirittura cattiveriose, Amleto Palermi, rigoroso, impassibile e freddo, si voltava verso l’operatore, nascosto dietro un pilastro del Ministero della Marina, e gli lanciava il classico e rituale: “Gira! Gira!”.

Nel pomeriggio, siamo riusciti a farci ricevere al Claridge-Hôtel, dove alloggia la troupe, per parlare con Pina Menichelli che, in compagnia di Liliane Meyran, anch’ella di ritorno da Roma, beveva in tutta fretta una tazza di tè.

Esprimerei più che volentieri le mie opinioni su Parigi, ma non posso farlo poiché non ho visto ancora nulla della vera Capitale.
Quando ancora eravamo a Roma, Liliane Meyran, vostra graziosa compatriota, mi ha promesso di aiutarmi a vedere e sentire tutto della vera Parigi. Come potete constatare, ci siamo appena riviste e stiamo per recarci a visitare per la prima volta rue de la Paix.
A questo, aggiungete il fatto che domani mattina girerò alcune scene in Boulevard Haussmann e in Place de l’Opéra e che sarò quindi costretta ad alzarmi all’alba. Tuttavia, potete scrivere che il primo contatto con la città è stato piacevole. Mi sento raggiante e allo stesso tempo un po’ disorientata.
Che città magnifica e magica!

La celebrità del signor Moutier: Feydeau e il processo per La signora di Chez Maxim

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Stampa di sabato 8 agosto 1908, edizione numero 219. L’autore è Virginio Gayda.

Cartolina di Parigi 1900C’è ancora qualcuno che sdegna la celebrità, sfugge la luce dei riflettori e la voce dei giornali che creano – purché si voglia – la fama e cerca invece l’ombra e vuole sul suo nome il silenzio. In verità io non avrei mai immaginato che un tal uomo ancora esistesse nel mondo, dopo che una lunga esperienza quotidiana m’ha insegnato che a nessuna conquista umana d’ogni gradazione – dai favori d’una bella signora al portafoglio di un ministro – si può giungere se non si grida con voce sonora, anche a chi non vuole sentirti, il proprio nome e le proprie virtù, se non si batte con pugni solidi sul tavolo e sulla spalle del vicino che c’ingombra, se non si organizza tutto un sistema di réclame attorno a se stessi: qualche cosa di clamoroso e di stupefacente che valga a commuovere l’indifferenza gelida del volgo.

Un breve processo parigino – che è forse passato inosservato ai più – ci ha rivelato quest’uomo raro nella persona del dottor Moutier, terapeutico elettricista. Ecco il fatto. Nella divertente Signora di Chez Maxim, che ha fatto un po’ per tutti i teatri la delizia della signore maritate e l’aspirazione delle signorine da marito, v’è fra le altre – chi non la ricorda? – la trovata della poltrona magica che concilia il sonno a tutti quelli che vi si siedono. “È la poltrona estatica del dottor Moutier!”, spiega il buon Mongicourt. E il pubblico invariabilmente ride di Moutier e della sua poltrona. Ma un giorno fra il pubblico si trova anche un autentico dottore che ha proprio nome Moutier, di professione per giunta terapeutico elettricista: qualche cosa di troppo simile allo spirito burlone che Georges Feydeau aveva immaginato per la gioia del suo pubblico. L’autentico Moutier se ne ha a male; trova che lo scherzo involontario non s’addica alla sua dignità di terapeutico patentato: il pensiero che il suo nome venerato si mescoli a quello di una crevette e stimoli il riso nella moltitudine lo atterrisce; ed egli col soccorso della giustizia, che deve tutelare fra l’altro anche la serietà degli uomini, invia all’autore imprevidente e all’impresario del teatro una carta bollata, pretendendo la soppressione del suo nome onesto da tutti i copioni del vaudeville e un’indennità di 10.000 franchi. Ma l’autore e l’impresario, che trovano alquanto eccessiva la richiesta, mentre credevano di rendere in ogni caso un servizio alle facoltà inventive del signor Moutier, ricorrono in tribunale. E così s’imbastisce un piccolo processo con l’intervento oltre che dei tre interessati anche di tre avvocati; si discute con molta cortesia; la difesa del signor Moutier sostiene che la giurisprudenza autorizza di solito gli autori drammatici ad usar solo nomi conosciuti d’uso corrente – Napoleone ad esempio – mentre il nome del dottor Moutier non ha questa caratteristica… tanto che il signor Feydeau ne aveva appreso l’esistenza solo a mezzo di una citazione e di una domanda d’indennità di 10.000 franchi; il Tribunale s’impressiona alquanto della somiglianza di nome e di professione tra l’eroe della pochade e quello della serietà e propone un componimento che viene accolto da tutti con lieto animo – la soppressione del nome di Moutier ed un’indennità di venticinque luigi.

Parigi antica

Così il nome del dottor Moutier d’ora innanzi non comparirà più nella gaia invenzione della poltrona, il pubblico non riderà più del suo spirito ed il buon signor Moutier avrà finalmente pace, poiché sulla sua persona si saran fatti il silenzio e l’oblio ch’essa merita. Tra poco nessuno più penserà al breve episodio che ha portato in Tribunale il riso spensierato della pochade.

Ma questa semplice storia m’ha fatto un poco pensare ed io non saprei lasciarla passare senza trarne quella piccola morale che ogni fatto reca in sé, sempre. E mi domando anzitutto: che cosa s’è proposto il dottor Moutier chiamando a raccolta i suoi giudici? La tutela del suo nome, la sua tranquillità sdegnosa di indiscrete voci mondane, o non piuttosto una réclame di nuovo genere, che sotto le apparenze di un bel gesto avesse virtù di render nota a Parigi l’esistenza di un ignorato terapeutico elettricista? In verità io non riesco bene a comprenderlo: certo però, bisogna convenirne, qualunque cosa abbia pensato, il suo “gesto” è stato alquanto infelice. Gli è mancata l’esatta percezione della realtà.

E infatti: s’egli veramente si preoccupava della sua dignità d’uomo per bene e voleva conservare con cura gelosa la sua pace, avrebbe dovuto contenersi ancora in quello sdegnoso silenzio nel quale sembra compiacersi tanto. Nessuno certo, ridendo in teatro, avrebbe pensato a lui, poiché nessuno sinora lo conosceva, e d’altra parte il suo decoro di terapeutico elettricista non faceva troppo meschina figura nella farsa parigina, dove semmai i suoi meriti erano anche esagerati, perché m’è permesso di credere che, fuori del palcoscenico, egli non abbia saputo inventar nulla di meglio di una poltrona magica con tanta virtù di sonno.

E non è qui tutto il suo errore. Il signor Moutier, che nella sua qualità di dottore deve essere certo un poco osservatore e un poco filosofo, avrebbe dovuto sentire quanto la sua mossa impulsiva era poco adatta a conseguir lo scopo che si proponeva. Con un semplice ragionamento.

Cartolina di Parigi

Il nostro è tempo di grandiosa auto-réclame. Tutti, chi più chi meno, secondo i loro mezzi e la loro furberia, si spingono innanzi per toccare, anche un attimo solo, la celebrità – che è il loro cielo – col dito.

E in questa corsa al nuovo idolo dei piccoli e dei grandi, dei ministri e delle signore, degli imberbi e dei canuti, la fantasia umana non ha limiti concepibili e s’afferma in nuove ed inattese creazioni, tutte intese a comporre la piccola aureola del santo, del martire, del conquistatore, del genio, attorno alle teste lucide o chiomate, dipinte o grezze degli uomini. È questa la gran legge del mondo e, dato che tutti in un pensiero comune corrono per una via, non si capisce perché qualche solitario ami andar a ritroso della grande corrente dell’umanità. Potrebbe, è vero, essere anche un aristocratico del pensiero, un’anima sdegnosa raccolta tutta in sé, ma queste sono, secondo le opinioni del mondo – ed è il mondo che fissa la legge morale – le difese degli idioti e degli incapaci.

Ecco perché io non so comprendere l’atto del signor Moutier. Egli avrebbe dovuto far quello che ogni uomo fa: e con ciò nessuno si sarebbe curato di lui. Perché ormai noi abbiamo tanta abitudine a queste voci ed a questi gesti frenetici della nuova réclame che non ne facciamo più caso e non ce ne accorgiamo neppure. Invece, non fosse altro che per lanciare la nostra accusa ed il nostro disprezzo, ci accorgiamo di tutti quelli che non sono con noi. Non ci avvediamo di un individuo che ci preme il gomito, in una folla; ma vediamo l’uomo solitario che si affaccia dal finestrino di una cantina o di una soffitta. In un salotto non ci accorgiamo delle signore che parlano dei loro trionfi femministi, dell’emancipazione sessuale e del nuovo abito tailleur non pagato, ma sentiamo subito la piccola dama timida, nascosta nell’ombra, in un canto, che non parla né di sé, né degli altri. Tanto più poi ci accorgiamo di tutto ciò che si nasconde. Anzi, si potrebbe dire che noi vediamo solo tutto quello che non è o che non vorrebbe essere. Basta vedere i capelli ossigenati di una signora, biondi come l’oro dei vent’anni, per sentire in un intuito infallibile che la signora ha passato la quarantina. Basta che una dama, presso di noi, ritiri a un tratto, sotto l’onda delle trine, il piccolo piede nervoso, prima scoperto, perché noi ce ne avvediamo subito – e le signore lo sanno molto bene…

Questo perché la nostra sensazione resta scossa solo da quello che è diverso da tutto quanto ci è attorno. Se tutti gridano e se tutti si mettono in mostra, è evidente che la nostra sensazione sarà colpita da chi tace e da chi si ritira. Ed è questo il caso dell’ottimo signor Moutier. Egli è divenuto celebre per non volerlo essere.

Expo 1900

Mi immagino, nonostante tutto, che il signor Moutier abbia tanto spirito per comprendere questa semplice verità d’esperienza comune e che il suo gesto sia stato appunto diretto a conquistare – nel tempo delle quotidiane invenzioni brevettate – una celebrità per sé e per gli “articoli” che escono dalle sue abili mani di terapeutico elettricista. In fondo gli uomini sono sempre più furbi e scaltri di quanto non sembri. Però anche in questo caso il dottor Moutier non è stato molto felice. Egli ha voluto chiudersi con molta imprudenza in questo dilemma: o permettere che il suo nome corresse sulla bocca di tutti, senza che alcuno s’accorgesse ch’egli esisteva nel mondo, o presentar la sua persona, con una domanda d’indennità di 10.000 franchi col divieto di pronunciare il suo nome, come quello di Dio. Ha preferito la seconda soluzione. Il suo nome è comparso sulle carte bollate e sui giornali e per un giorno molti han parlato di lui. Ma la sua fama ha avuto la vita d’un giorno come quella dei fogli che gliel’hanno creata. Il mondo ha una grande virtù d’oblio: dimentica presto le sciagure e le celebrità; ha troppa fretta ed è spinto dalle nuove fame che domandano anch’esse un riconoscimento. Rimangono, è vero, le carte bollate, ma quelle nessuno le legge e i piccoli topi, che hanno per missione di far scomparire dal mondo tutte le aberrazioni intellettuali dell’umanità, se le roderanno in breve a piccole dosi. Così tra poco nessuno più ricorderà la gloria del dottore.

Il signor Moutier aveva un mezzo ben più semplice ed efficace per conquistar una fama durevole: render noto al pubblico che il dottore, di cui si apprezzava ogni sera la stupefacente invenzione della poltrona, era proprio lui, via X… numero Y… E il pubblico gli avrebbe creduto e, lasciando il teatro, avrebbe inondato i suoi magazzini, recandogli fama e fortuna. E la sua sorte sarebbe così stata decisa. Ma il buon dottore ha perduto quello che si chiama il “senso pratico” della vita e nel suo gesto improvvido, ha distrutto in un attimo, con le sue mani, una celebrità che molti gli avrebbero invidiato.

Feydeau a Madrid – La señorita Capricho del 1913

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano spagnolo ABC il 4 settembre 1913. L’autore è Carlos Luis de Cuenca. La traduzione è mia.

Dame de Chez MaximIl principe dei vaudevillisti

Se a Parigi per nominare il principe dei poeti abbiamo assistito a lotte accanite, discussioni e addirittura duelli, per incoronare il principe del vaudeville nessuno ha sollevato la benché minima obiezione. “Chi è il principe dei vaudevillisti?”, ha chiesto un giorno il quotidiano L’intransigeant, e a furor di popolo fu eletto Georges Feydeau, l’autore di La signora di Chez Maxim.

Feydeau è giovane… ha da poco superato la cinquantina ed è un nottambulo incallito. Come tutti gli uomini che fanno ridere è un uomo serio, anzi più che serio direi triste… A undici anni scrisse una tragedia che fu allestita dagli allievi del collegio dove egli stesso studiava, e a quanto sembra quegli avvenimenti da lui ritenuti angoscianti scatenarono una valanga di risate ottenendo un enorme successo. Dal suo primo tentativo di fare teatro nacque, senza ombra di dubbio, la formula che egli avrebbe in seguito applicato alle sue opere drammaturgiche… Feydeau stesso assicura che se un avvenimento tragico viene ingigantito, esagerato e reso caricaturale, sprigiona una forza comica irrefrenabile…

La sua formula teatrale ha riempito d’oro le casse delle imprese teatrali e, ancora oggi, tre teatri di Parigi rappresentano regolarmente le opere di Feydeau… Il teatro della Renaissance, dove le rappresentazioni di La palla al piede e Ma non andare in giro tutta nuda! hanno ormai raggiunto quota cento; il teatro dell’Athénée-Comique, che ha appena allestito Il germoglio, e quello delle Variétés, che ha ripreso l’immortale Signora di Chez Maxim. Un autore in grado di monopolizzare tre grandi teatri nel boulevard era qualcosa di completamente sconosciuto fino ad oggi, al punto da sembrare irrealizzabile. Per questo la stampa parigina ha già ribattezzato la nuova stagione teatrale La stagione Feydeau.

E tuttavia, Feydeau è sempre triste… Con il sigaro eternamente in bocca, il simpatico autore di Occupati di Amélie! si fa vedere già all’alba nei restaurants di Montmartre, con lo sguardo distratto, quasi sempre da solo, annoiato, triste e malinconico… Gli impresari gli fanno la posta perché sperano da lui la salvezza… Tre anni fa fu reso noto che Feydeau stava lavorando a un nuovo vaudeville, e da quel momento i direttori non gli danno tregua… Tuttavia, della nuova opera che l’autore ci promette ogni stagione finora si sa che esiste soltanto il titolo: Cento milioni piovuti dal cielo (opera destinata a restare incompiuta, N.d.T.).

Nel frattempo, Feydeau si distrae scrivendo atti unici; benché nessuno sappia esattamente quando lavori… Alle sei del mattino esce per una passeggiata digestiva lungo la Rue Royale, e all’ora in cui Parigi si risveglia rientra a casa sua, un lussuoso appartamento pieno di quadri di valore, di soprammobili e oggetti d’arte… e va a letto. Dorme fino alle otto di sera… La gente si chiede quale sia lo scopo di tutti quegli oggetti d’arte presenti in casa sua… E probabilmente anche Feydeau se l’è chiesto, a volte. Perché in due o tre occasioni ha venduto tutto all’asta… poi ha ricomposto la collezione trovando modo di distrarsi almeno per un paio di mesi.

Teatro della Zarzuela di Madrid

La signora di Chez Maxim lo ha reso celebre in sole ventiquattr’ore. I critici parigini giudicarono l’allegro vaudeville, che in Europa ha già superato il migliaio di rappresentazioni, un autentico capolavoro di questo genere teatrale e, come se non bastasse, è subito diventato il modello di molte altre imitazioni.

A Madrid, La signora di Chez Maxim non è mai stata rappresentata in castigliano. Il pubblico madrileno conosce quest’opera grazie agli allestimenti della compagnia italiana di Bianca Iggius e Teresa Mariani.

Oggi, finalmente, arriva a Madrid La signora di Chez Maxim arricchita da numeri musicali piacevoli e divertenti, e dopo essere stata sottoposta ad alcune doverose modifiche per permettere al pubblico di ogni età di vederla. La direzione del Teatro della Zarzuela l’ha accolta a braccia aperte, l’ha allestita con lusso e si prepara a presentarla, stasera, al pubblico spagnolo, in occasione dell’inaugurazione della nuova stagione teatrale. Il titolo che le è stato attribuito è La señorita Capricho, e lo stesso Feydeau sarebbe soddisfatto della perfetta interpretazione che ne danno gli artisti del Teatro della Zarzuela, per non parlare dell’accuratezza della messa in scena.

La dame de Chez Maxim (La signora di Chez Maxim) – articolo di critica teatrale del 1900

Bozzetto per "La signora di Chez Maxim"Il presente articolo è stato pubblicato per la prima volta il 15 luglio 1900 sulla rivista Le monde artiste: théâtre, musique, beaux-arts, littérature. L’autore è Edmond Stoulling. La traduzione è mia.

Se esiste una pièce che non ha bisogno di pubblicità, questa è sicuramente La signora di Chez Maxim. Ciò non toglie che Georges Feydeau, autore impossibile da prendere alla sprovvista, abbia trovato un modo di reclamizzarla, come si suol dire, davvero inusuale. “La signora di Chez Maxim”, ha dichiarato l’autore stesso a un giornalista di Le Figaro, “è stata vietata a Londra perché ritenuta immorale. Quindi gli inglesi sono avvertiti…”. Come ben saprete, uomo avvisato mezzo salvato: infatti, non c’è un solo inglese che, dopo aver letto il monito, non abbia esclamato: “Dove la danno, che ci vado di corsa?”. E così, il teatro delle Nouveautés è stato improvvisamente invaso da quei nostri ospiti che non avevano ancora avuto l’occasione di assistere alla follia di Feydeau oltre Manica. Follia talmente poco immorale, del resto, da risultare davvero divertente.

La signora di Chez Maxim non è altro che una commedia burlesca, in grado di raggiungere i massimi livelli di buffoneria, il cui obiettivo è scatenare il riso. Il testo riesce talmente bene in questo suo intento che la risata prosegue ininterrotta dall’alzarsi al calare del sipario, con riprese e nuovi sviluppi inaspettati. L’autore descrive i sorprendenti effetti comici con singolare destrezza e impareggiabile maestria e, meglio ancora, il suo procedimento dimostra un profondo senso della commedia. Come è stato giustamente osservato, in Feydeau, la commedia autentica si trova a fare “le spese” dell’azione ultracomica che sostiene e accompagna. Quanto all’arguzia – e vi garantisco che ce n’è – non è ridotta alla quintessenza, né conquistata lambiccandosi il cervello, ma trova la sua collocazione in tutta spontaneità attraverso “parole di circostanza”. E non è forse questa la sua forma migliore in ambito teatrale, dove si converte in buonumore, con somma gioia dello spettatore che la assorbe senza fatica, come un alimento facilmente digeribile? Aggiungiamo che i personaggi di Feydeau sono caricature talmente vive e autentiche, nei loro eccessi e nella loro forza grottesca, che si finisce per accettarli e crederli reali. Con l’unica differenza che queste caricature sono più divertenti della realtà, nel loro avvicinarsi il più possibile alle figure della vita ordinaria. Ci vorrebbe ben poco, è stato detto, per trasformare il Dottor Petypon, il suo collega, il chirurgo Mongicourt, il Generale du Grelé, il luogotenente Corignon, la Môme Crevette e tutti i tipi della farsa in eroi da commedia. Basterebbe cesellarli e limarli, ma forse sarebbe un peccato poiché, detto tra noi, perderebbero spessore: mi sembrano migliori così, come sono stati modellati dal pollice beffardo dell’autore…

"La signora di Chez Maxim", foto di scenaLa signora di Chez Maxim permette di trascorrere una serata davvero piacevole a teatro, e noi, da parte nostra, abbiamo riso anche nel veder ridere gli altri. Gli interpreti sono tutti straordinari, con un Germain veramente inusuale nel ruolo del Dottor Petypon: i suoi sbigottimenti sono autentici, per non parlare delle reazioni riflesse, del suo sbalordirsi ricorrendo a una mimica facciale insolita, degli squisiti moti di rassegnazione di filosofica bonomia – tipici di una vittima consapevole della fatalità. A fargli da spalla c’è il bravo Landrin che, già da parecchio tempo, ha ereditato la parte del Generale nel cui ruolo l’acuto Tarride aveva affrontato il delicato quanto fondamentale problema di essere un militare comico senza per questo risultare un soldato ridicolo. Ci sono poi Torin, irresistibile nella parte del giovane Duca; Colombey, che ha saputo interpretare con arte e spontaneità il ruolo del chirurgo Mongicourt; Maurel, perfetta padrona di casa, per così dire classica, che per fortuna ha mantenuto il ruolo di Gabrielle Petypon, nel quale si rivela strepitosa. Ho serbato per il dessert Armande Cassive, nella parte della Môme Crevette, che peraltro le calza come un guanto. In onore di questa replica, l’attrice si è limitata ad aggiungere una battuta (un po’ spinta nelle sue cinque lettere: “Merda!”), ma la pronuncia così bene… E se al termine della conga ha mostrato il sedere al pubblico, vi assicuro che nessuno si è lamentato; forse perché è bello da vedere?…