Omaggio della poetessa Jane Catulle-Mèndes a Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Presse il 6 giugno 1921. L’autrice è la poetessa Jane Catulle-Mendès. La traduzione è mia.

Belle Epoque - manifestoGeorges Feydeau ci ha appena lasciati. Tutti noi sapevamo che era oppresso da una malattia che non lascia scampo. La sua morte è la fine di un martirio, ma il dolore è pur sempre forte per coloro che gli volevano bene, ed è quindi con tenera compassione che rivolgiamo un saluto alla sua famiglia in lutto e, soprattutto, alla sua anziana madre.

È stato un destino bizzarro quello di Georges Feydeau. Il contrasto tra l’uomo e la sua opera, più volte appurato, non è mai stato così netto come in questo autore di successo. Principe della risata, genialmente dotato di stravagante inventiva e di una buffoneria ricca di colpi di scena, Feydeau, intimamente, era un uomo di una malinconia impareggiabile. Quell’ebbrezza del buon umore che riusciva a trasmettere al pubblico egli non la conobbe mai. Con uno sguardo velato di tristezza, incorniciato da un viso sottile di grande bellezza, dove il sorriso svolgeva una pura funzione di cortesia, guardava, senza nulla concedere di se stesso, il delirio degli altri che era stato da lui scatenato. Incapace, nonché sdegnoso, di condividerlo si limitava a osservarlo per farne scaturire una nuova fonte di stupefazione e di gaiezza. Sembrava vittima di un maleficio che non lascia scampo, che lo condannava a una professione da cui il suo animo era esiliato. A vederlo così, elegante, indolente e silenzioso, si correva il rischio di scambiarlo, non conoscendolo, per qualche scrittore dilettante e arguto, molto disilluso, che cercasse nella delicatezza dell’arte l’oblio delle volgarità quotidiane. Nessuno avrebbe potuto sospettare che, sotto quella fronte un po’ china, poeticamente ombreggiata da capelli biondo cenere, si trastullassero, come un’enorme fioritura, le buffonerie più esilaranti.

Anche il piacere di creare, di dare vita a un’opera; quegli istanti di felice e fulgida ansia in cui la si sente nascere, palpitare, lisciare le sue ali in un lento sforzo fremente, Feydeau assicurava di non conoscerli. Tutte le radiose fantasie, partorite dal suo cervello, egli dichiarava di concepirle e di metterle su carta come un dovere monotono. Le concepiva, le esacerbava e le disciplinava per l’esaltazione generale, senza però provare il benché minimo divertimento poiché una strega lo aveva privato della gioia.

Belle Epoque

Forse vi è un qualche atavismo in un caso così espressivo; senza raggiungere la medesima genialità esilarante, suo padre, Ernest Feydeau, dallo spirito più variegato, scrisse sia romanzi a contenuto psicologico che commedie spesso divertenti. Era anche archeologo e aveva intrapreso un’opera importante che non riuscì a terminare: Storia delle usanze funebri e delle sepolture dei popoli antichi. Verrebbe da credere che questi due aspetti così diversi dello spirito di Ernest Feydeau si siano cristallizzati in Georges Feydeau, sviluppandosi al massimo livello e annullando tutti gli altri, e che l’autore, consegnando al pubblico lo spirito più scatenato, abbia serbato per sé il fardello più pesante, ovvero quell’oscuro gusto per la necrofagia.

Di lui, ci resta quella gioia che gli fu sempre estranea, e il solo pensarci ci fa stringere il cuore. Anche se è vero che in questo caso più che in ogni altro valgono le parole, cariche d’ansia, di Madame de Staël: “Morirò senza che si sia saputo nulla di me, anche se sono famosa”. Il prezzo della gloria è peculiare e imprevisto, e i giochi in cui si diletta la natura sono pieni di crudeltà impossibile da spiegare. Noi che abbiamo conosciuto Georges Feydeau, conserveremo l’immagine della sua accattivante personalità, un po’ misteriosa, in forte contrasto con i fuochi d’artificio dei suoi celebri vaudeville. E, mentre dorme il sonno che rende eterna la sua tristezza, il pubblico continuerà a gettare sulla sua tomba, in segno di omaggio, le numerose risate e la riconoscenza per il proprio piacere.

Belle Epoque - bozzettoL’opera di Feydeau non cesserà mai di divertire. Champignol suo malgrado, La Signora di Chez Maxim, custodiscono una gioia senza fine sulla quale, non vi è dubbio alcuno, i cambiamenti della moda non avranno alcuna presa. Il fatto è che il talento di Feydeau non è costituito unicamente da capricci e buffonerie, ma anche da rigurgiti di umanità. Egli sa essere allegro ma, a volte, sa anche calarsi nella vita vera. In mezzo alle incredibili follie, si distinguono anche dei tratti autentici, vivi. Inoltre, un talento del genere non può in alcun modo essere analizzato. Esso si impone e ci riempie di un piacere dilagante, facendoci dimenticare le preoccupazioni e risolvendo, temporaneamente, i nostri problemi. Quello che in più si può dire è che un simile talento è inimitabile.

Povero Georges Feydeau, così insolitamente attraente. Oggi le risate tacciono. La nostra angoscia lo accompagna. Un’angoscia sorella del suo dolore nascosto, che sarà gradita alla sua ombra.

Georges Feydeau (III) – articolo di Robert de Flers

Le DindonL’articolo qui presentato è stato pubblicato su Le Gaulois, Journal de la défense sociale et de la réconciliation nationale, il 6 giugno 1921. L’autore è Robert de Flers, la traduzione è mia.

La risata è in lutto. La scena francese ha appena perso uno dei suoi maestri: Georges Feydeau è morto. Sapevamo, ahimè, che già da molti mesi aveva iniziato a lasciarci. La sua lunga agonia oggi si è finalmente conclusa. Il suo volto sottile ritroverà per alcune ore la bellezza originaria nella profonda pace che adesso è scesa su di lui. Animi sconsolati, teneri rimpianti e amicizie autentiche s’inchinano davanti a colui che, per la prima volta, ha fatto piangere le persone che gli erano affezionate.

Rivedo Georges Feydeau: la sua eleganza, il suo portamento distinto, il suo piglio sorridente e distaccato, il suo gesto franco e disinvolto che non si era mai preso il disturbo di accompagnare un pensiero mediocre o una parola volgare. In lui tutto era grazia, buona grazia, dovuta al talento e alla mancanza di sforzo. Mai nessun uomo fu così poco preoccupato del suo comportamento e della premeditazione di apparire. Alcune personalità si forgiano lentamente, con fatica e difficoltà, a forza di concessioni, sacrifici e volontà paziente. La personalità di Feydeau era insita nella consapevolezza di dovere tutto alla natura e di abbandonarsi liberamente ai suoi consigli. Ed è per questo che egli fu un poeta. Chi, meglio di lui, poteva sapere quanta fantasia e disincanto esalavano dal fumo di un sigaro? Attraverso la sua nube leggera, l’autore osservava gli uomini, se così si può dire, con attenta distrazione. Georges Feydeau era un inguaribile sognatore, ma poiché le stelle gli sembravano troppo lontane, il chiaro di luna eccessivamente pallido e l’ideale un po’ affaticato, sognava la vita, ed ecco perché sorrideva a malapena. Il grande assemblatore di gioie era in fondo un malinconico. Come se non bastasse, poi, e sempre con la massima spontaneità possibile, si divertiva ad essere un affascinante paradosso vivente. Sapeva dimostrarsi infinitamente gentile con un pizzico di freddezza, molto sensibile sotto un’apparente indifferenza, ambizioso con modestia, lavoratore con nonchalance, di buon’umore con tristezza. Solo la sua lealtà, la sua franchezza e il suo spirito cameratesco si affermavano nettamente senza lasciare spazio alla contraddizione. Colui che non si entusiasmava mai per un insuccesso, che non dava mai per scontato un grande successo, che parlava sempre allo stesso modo di un collega, fosse questi presente o assente, era proprio Georges Feydeau, ed è morto.

Le système RibadierSe Feydeau assumeva tale comportamento, era probabilmente perché lo riteneva il più confacente a un uomo onesto. Ma forse anche perché lo trovava più conforme all’eleganza. Egli, infatti, provava orrore per le cose grette, vili, meschine e per tutto quello che non funzionava, si fosse trattato di un vestito o di un sentimento.

Provate a ripercorrere con attenzione la carriera di Feydeau! Prendete a caso una delle sue pièces, anche il più grande dei suoi vaudeville; in esso troverete enormi buffonate, assurde invenzioni, formidabili equivoci, ma nulla di mediocremente volgare, piattamente licenzioso o equivocamente divertente. La sua opera è intrisa di una gioia abbondante che sgorga inarrestabile.

E pensare che ci è mancato poco perché questo maestro della risata diventasse attore anziché autore. Sui palcoscenici amatoriali egli aveva manifestato un notevole talento recitativo. Deslandes, all’epoca direttore del Teatro del Vaudeville, decise di assumerlo e gli fissò un appuntamento per concludere l’accordo, ma arrivò in ritardo; Feydeau lo attese per qualche minuto e poi se ne andò. Così, interruppe definitivamente la sua carriera di attore: “Quel giorno ho capito”, disse Feydeau in seguito, “i vantaggi che si possono trarre dalla mancanza di puntualità. Ho quindi giurato a me stesso di arrivare in ritardo vita natural durante. E fino ad oggi, ho mantenuto la parola data”.

L’opera di Feydeau è talmente popolare e universale che neanche il tempo la può sminuire, né la sminuirà mai. Questo vantaggio è dovuto a una potenza e ad una eterogeneità comica a dir poco stupefacente. Feydeau, in effetti, attinge la sua comicità da due fonti molto diverse, così distanti tra loro che dopo aver attinto alla prima generalmente non si usa andare ad attingere alla seconda. Feydeau, tuttavia, era riuscito a raggiungere un ottimo livello di padronanza sia nella comicità di situazione che in quella di osservazione.

Dame de Chez MaximCosa c’è di più complicato, eppure di più semplice, delle sceneggiature di La signora di Chez Maxim, L’Hotel del Libero Scambio, La palla al piede o Champignol suo malgrado? Certo in esse possiamo ammirare il culmine di una tecnica e una scienza assoluta del meccanismo teatrale. Ma nelle pièces più celebri di Feydeau c’è molto più di questo: c’è l’abbondanza prodigiosa di un’immaginazione che non viene scalfita dal suo dispiego; un’immaginazione che non teme audacia alcuna, che non si scoraggia mai di fronte alle difficoltà e che più la situazione diventa inestricabile più si sente a proprio agio. L’inventiva, spinta a un tale livello, ha qualcosa di epico, ed è proprio per questo che Georges Feydeau è quasi un poeta. Quest’uomo è anche in grado, solo volendolo, di concepire e di scrivere commedie molto toccanti. Conosco poche pièces ardite e innovative come Il germoglio.

D’altronde, all’interno del vaudeville stesso, Georges Feydeau ha inventato un genere che gli è proprio e che si potrebbe definire vaudeville di carattere. Egli non getta mai subito i suoi personaggi nella follia totale, attraverso una serie di situazioni cariche di colpi di scena, ma si preoccupa preliminarmente di definirli in modo netto e preciso, e di dar loro un risalto sufficiente da poter essere mantenuto per tutto l’arco delle indescrivibili avventure che si troveranno a vivere. E credo che la vivacità e la novità del successo di Georges Feydeau consista propria in questa trovata.

Tuttavia, credo anche che nell’opera dell’autore proprio gli atti unici come La buonanima della suocera, La purga di Bébé, Léonie è in anticipo e Ma non andare in giro tutta nuda! siano destinati a un ruolo di primo piano, per la verve classica che li anima dall’inizio alla fine. Questi atti unici, infatti, sono molto semplici rispetto alla complessità dei vaudeville, e sono dei piccoli abbozzi di umanità quotidiana. Feydeau operando tale scelta, anch’essa tipica del suo carattere, sembra quasi un realista. In questa serie di ritratti morali egli dipinge con vigore e profondità ammirevoli la malafede delle donne o – per non offendere la categoria – di un determinato tipo di donne. Nelle scene di vita familiare, dimostra la loro incoscienza logica e ostinata che allo stesso tempo si rivela odiosa e sublime, e dimostra nei loro torti tutte le ragioni che hanno per non avere torto. È ammirevole, secondo me, che uno stesso autore sia riuscito a raggiungere un identico livello di padronanza in generi opposti tra loro.

L’opera di Feydeau rimane e rimarrà sempre con noi, ma la sua persona non la rivedremo più. Coloro che come me lo conoscevano da tanti anni, sanno tutte le meravigliose e salde qualità di amico che possedeva. Si era permesso di restituire alla parola fratellanza il suo significato primario. In questo istante, mentre penso a lui con autentica angoscia, non mi ricordo di avergli mai sentito pronunciare una parola che non fosse semplice, gentile e sincera, e che non fosse accompagnata da quel sorriso un po’ distante in cui gioia e tristezza si fondevano assieme. Abbiamo perso quel sorriso. Abbiamo perso quella bontà d’animo.

Georges Feydeau (II) – articolo di Henry Bidou

La signora di Chez MaximIl seguente articolo è stato pubblicato su Le journal des débats politiques et littéraires il 7 giugno 1921, subito dopo la morte di Georges Feydeau. L’autore è Henry Bidou, la traduzione è mia.

Feydeau è morto. Sapevamo già da tempo che il suo stato di salute non lasciava scampo. Con lui si spegne uno degli scrittori teatrali più talentuosi, uno di quegli autori in grado di suscitare il riso con maggiore forza costrittiva.

Georges Feydeau possedeva tre doni, all’apparenza incompatibili, che uniti giustificavano quella specie di violenza insita nel suo talento e capace di scuotere l’intera sala. “Non oso descrivervi il pubblico”, scriveva Sarcey dopo aver assistito alla prima di L’hotel del libero scambio, “Era distrutto, letteralmente morto dalle risate; non ce la faceva più”. E ancora: “La ridarella che si è impadronita dell’intera sala fino a scuoterla era talmente rumorosa che è diventato impossibile sentire le parole pronunciate dagli attori in scena; l’atto si è concluso come una pantomima”.

Il primo dono di Georges Feydeau era l’inventiva: aveva una fervida immaginazione per le trovate bizzarre. Basta pensare alla Signora di Chez Maxim: la Môme Crevette travestita da Arcangelo Gabriele che, parlando con una voce ultraterrena, manda la signora Petypon in Place de la Concorde dove dovrebbe concepire il salvatore della Francia con il primo uomo che passa. E il primo che passa, guarda caso, è il Presidente della Repubblica. Per non parlare poi di quella poltrona, a cui è collegato un tubo di Crookes, in grado di mandare in estasi chiunque vi si sieda sopra. Astuzie da vaudevillista, certo, che necessita di strumenti del genere per il suo gioco di bussolotti, ma pensate con quanta maestria teatrale tutto ciò avveniva! Pensate a quanto erano divertenti quelle persone la cui collera veniva bruscamente interrotta da un piacevole stato di ipnosi! E come si trinceravano dal mondo, insensibili e sorridenti!

Il secondo dono che la natura aveva fatto a Georges Feydeau era una logica intellettiva di stupefacente precisione.

Sappiamo bene che l’arte del vaudeville è matematica, e che fa ridere solo in quanto esatta. Tuttavia esistono dei vaudevillisti non così rigorosi in questo senso. I drammaturghi Albin Valabrègue e Raoul Toché, ad esempio, si fanno beffe dei dettagli superflui. Georges Feydeau, mai. Ogni cosa è calcolata, e la perfezione del meccanismo è infallibile. “Sappiate bene una cosa”, afferma ancora Sarcey, “In una pièce di Feydeau non può entrare in scena un personaggio e posare il suo cappello su una sedia senza che io mi dica: Quel cappello non è stato messo lì per caso”.

Ma alla fervente inventiva drammaturgica e all’impietoso rigore dell’intelletto matematico si aggiunge un terzo dono, completamente diverso: lo spirito di osservazione. Ed è questo che distingue i grandi comici dai mediocri. Tutti sanno che Feydeau, alla fine della sua carriera, aveva rinunciato al vaudeville per dedicarsi esclusivamente a quegli atti unici che sono dei veri e propri ritratti caratteriali. In Ma non andare in giro tutta nuda!, Léonie è in anticipo e La purga di Bébé Feydeau ha dato prova di un’irresistibile verve, da cui scaturisce l’aspetto farsesco della realtà. Queste tre qualità, così contrastanti, non si sono sviluppate in lui tutte in una volta. Si può giustamente sostenere che le sue prime pièces sono dominate dall’inventiva bizzarra; il secondo periodo è caratterizzato dalla meccanica del vaudeville, con L’hotel del libero scambio (1894) e La signora di Chez Maxim (1899); mentre lo spirito di osservazione è il fulcro delle opere dell’ultimo periodo. Tuttavia questa suddivisione lascia il tempo che trova. In realtà è la combinazione unica di questi tre doni a far sì che Feydeau occupi un posto nella storia della letteratura. Ed è un posto più importante di quanto si creda.

Feydeau ha ideato un genere di vaudeville destinato a essere imitato all’infinito. Poi, ha preso parte a quel grande movimento che ha riavvicinato il teatro delle formule combinatorie al gusto della verità. Il vigore della sua arte ha raggiunto livelli stilistici. Infine, Feydeau è stato probabilmente l’ultimo a riuscire così felicemente nell’insolita impresa di far ridere la gente perbene. Attualmente abbiamo dei buoni autori e anche qualche attore eccellente, ma le dimensioni fanno un po’ difetto.

L’arte di Feydeau era incentrata sulle catastrofi. Un destino senza pietà precipitava i Pinglet o i Petypon, al primo peccatuccio da loro commesso, in un abisso da cui cercavano invano di salvarsi. Altre ondate li sommergevano, e ogni loro sforzo gli si rivoltava contro; li sentivamo fare “pluf!” e lo spettacolo a cui assistevamo era spaventoso. Il pubblico si piegava in due dalle risa nel vedere lo sconforto di quei poveretti. Quanto più erano innocenti tanto più facevano ridere. Le mostruose conseguenze si accavallavano l’una sull’altra, e il pubblico rideva ancora più forte. Qualche parola di circostanza, qualche tratto caratteriale passava come un fulmine nel mezzo della tempesta. L’attrice Armande Cassive turbinava. L’attore Germain sgranava gli occhi sfiancato da una valanga di disgrazie, e con le ginocchia piegate e le braccia molli si abbandonava al suo destino. Il pubblico, curvo, piegato in due, irrequieto e sulle spine, con il volto paonazzo, gemeva: “Mio Dio, quant’è stupido!”, e versava fiumi di lacrime. E questa tragedia aveva qualcosa di grande.

Georges Feydeau (I) – articolo di Régis Gignoux

Georges FeydeauIl seguente articolo è comparso su Le Figaro il 6 giugno 1921 subito dopo la morte di Georges Feydeau. L’autore è Régis Gignoux, la traduzione è mia.

Liberato ieri dall’Horla implacabile (vedi Nota), ora Georges Feydeau riposa in pace. In questo primo sonno concessogli dalla morte ha ritrovato quel sorriso che illuminava il suo bel volto di delicata malinconia. Adesso possiamo alzare la voce per dire quale perdita ciò rappresenti per il nostro teatro.

Georges Feydeau fu un prodigioso inventore del genere comico. Egli non ha rinnovato il vaudeville, ma attraverso tutte le sue pièces ne ha creato uno nuovo. Osannare la sua tecnica minuziosa, la sua algebra o la sua geometria degli effetti, di dialogo o di situazione, significa non conoscerlo affatto. Altri, riproducendo le sue scenografie bizzarre ci hanno dato l’illusione di imitarlo, ma egli era inimitabile, proprio per la sua incessante inventiva. Partendo da un’idea iniziale, Georges Feydeau era capace di dare libero sfogo alla fantasia e, a mano a mano che i suoi personaggi avanzavano, inventava per loro delle strade senza uscita, obbligandoli a scoprire da soli delle porte o delle finestre di cui nemmeno egli aveva sospettato l’esistenza, e che strappava dall’incognita della vita quotidiana.

Chiunque altro avrebbe perso l’orientamento. Georges Feydeau possedeva la chiave meravigliosa dei grandi osservatori. Frugava i suoi personaggi fino a trovare in essi il filo che gli avrebbe permesso di ricucirli, di lanciarli di nuovo nella prossima avventura. Feydeau non si aspettava nulla dal caso; si fidava solo delle sue deduzioni. I tipi che metteva in scena erano vivi grazie alla loro autenticità, e tutto quello che poteva succedergli diventava plausibile, evidente, inevitabile. Champignol (di Champignol per forza) sarà costretto a farsi tagliare i capelli tre volte; e provate solo per un attimo a rivivere a freddo, come dei giudici istruttori incaricati di un’inchiesta, l’incontro tra Petypon e la Môme Crevette, vi accorgerete che Feydeau senza perdere in spontaneità avrebbe potuto complicare ulteriormente l’odissea della Signora di Chez Maxim.

Questa osservazione dei tipi comici, spinta fino a un tale livello di analisi, conduce a dei caratteri ingrassati a forza. Ne consegue la necessità di oggetti di scena proporzionati a simili giganti. Anche in questo caso, l’immaginazione di Feydeau continua ad imbattersi nella poltrona estatica. Ma il fattore inimitabile dell’autore è costituito dalle basi da cui partiva. Egli entrava nella vita coniugale o nelle alcove delle cocotte passando dal caminetto, e l’intrigo era bell’e fatto. Un Bébé da purgare e una camicia da notte gli permettevano di scrivere tutte le scene di vita familiare e di spingere le donne all’estremo limite della loro logica invertita. L’osservatore usciva ancora di più allo scoperto, e noi non potevamo fare a meno di ammirarlo, e ridere al tempo stesso. Il movimento era talmente irresistibile che si rischiava di non percepire la freschezza, la vitalità, lo stile dei dialoghi e l’estro francese di questo spirito arguto e cristallino. Dopo aver salutato in Georges Feydeau il grande inventore, bisogna salutare anche il grande scrittore, e non dimenticare mai che l’autore de La signora di Chez Maxim si era distinto anche per aver scritto Il germoglio.

Nota:

L’Horla è un racconto in due versioni scritto da Guy de Maupassant nel 1887. La prima versione è il resoconto di un caso clinico, la seconda lo mette personalmente in discussione. La storia è incentrata sulle sofferenze di un personaggio convinto di essere tormentato da un essere misterioso che “abita” la casa in cui egli vive. In realtà Guy de Maupassant identifica nell’Horla i sintomi di quella malattia che lo colpirà nello stesso periodo.