Georges Feydeau: la morte del vaudeville e del melodramma

Il presente articolo è stato scritto da Georges Feydeau nel 1905 in risposta a coloro che ritenevano il vaudeville un genere teatrale ormai morto. La traduzione è mia.

Che sciocchezza! Morto il vaudeville? Morto il melodramma? Ah! Questa poi! Non fatevi ingannare dalle idee di quel piccolo cenacolo di giovani autori che, nel tentativo di uccidere questi due generi fiorenti che li infastidiscono, non hanno trovato niente di meglio che decretare semplicemente la loro morte! Ma suvvia, miei cari, se fossero morti, ci si darebbe tanto da fare per urlarlo ai quattro venti? Quando una cosa non esiste più, si sente forse il bisogno di parlarne? Insomma, se il vaudeville e il melodramma fossero morti, si farebbero forse quattrocento o cinquecento repliche di fila, quando, a parità di successo, una commedia, appartenente al COSIDDETTO genere superiore (come se esistesse una classificazione dei generi!), viene rappresentata si e no un centinaio di volte? Come si spiega questa maggior durata che va tutta a vantaggio di un genere defunto? Forse con il detto «Quando si è morti, lo si è a lungo!». In questo caso, viva la morte!

No, la verità è che esiste vaudeville e vaudeville, come esiste melodramma e melodramma, commedia e commedia. Se un vaudeville è ben fatto e logico, soprattutto logico, se gli avvenimenti si concatenano nel modo giusto e c’è dello spirito d’osservazione, se i personaggi non sono solo dei fantocci, se l’azione è interessante e le situazioni divertenti, allora il successo è assicurato. Lo stesso discorso vale per il melodramma; prendete I due marmocchi di Pierre Decourcelle o Casa di scapolo di Honoré de Balzac: a cosa è dovuto il loro successo? Al fatto che sono dei buoni melodrammi, soprattutto il primo.

Quello che io rimprovero maggiormente ai detrattori del vaudeville e del melodramma è la malafede con cui intraprendono la loro lotta. Quando un vaudeville o un melodramma si rivela un fiasco, li si sente urlare in coro: “Vedete che il vaudeville è morto! Lo dicevo pur io che il melodramma è finito!”. Ma allora perché ammutoliscono all’improvviso quando un vaudeville o un melodramma hanno successo? Che diamine! Comportiamoci almeno da avversari leali! Avete mai visto un vaudevillista approfittare del fiasco di questa o quella commedia – e vi assicuro che di fiaschi ce ne sono stati! – per sostenere che la commedia è morta? Suvvia! Avremmo troppa paura di passare per imbecilli; forse che a voi l’opinione degli altri non interessa?

Che dire allora di quei presuntuosi, stracolmi della superiorità che si attribuiscono, che con superbo disprezzo sostengono che il vaudeville e il melodramma non sono «né letteratura né teatro?» Certo che non sono letteratura! Poiché la letteratura è l’antitesi del teatro: il teatro è l’immagine della vita e nella vita non si parla il linguaggio letterario, dunque il solo fatto di mettere in bocca ai propri personaggi il linguaggio letterario basta a fossilizzarli e renderli inesistenti. Ma che il vaudeville e il melodramma non siano teatro, altolà! Non basta, signori miei, che voi lo decidiate perché così sia! Il teatro è innanzitutto lo sviluppo di un’azione, e l’azione è il fondamento stesso del vaudeville e del melodramma. So benissimo che oggi la tendenza sarebbe di fare del teatro un pulpito; ma nel momento in cui lo si trasforma in pulpito, allora è il teatro a non essere più teatro.

D’altronde a che serve discutere? È ovvio che tutto ciò che esula dal tipo di teatro di cui si occupano questi signori per loro non è teatro. Della serie: “Nessuno avrà dello spirito, tranne noi e i nostri amici!” (citazione tratta da Les femmes savantes di Molière. N.d.T.). Ma tutto questo, come direbbe il commediografo Alfred Capus, non ha la benché minima importanza. È da una vita che i generi più in voga sono vittima di una schiera di invidiosi che cercano di scalzarli, e non è che il comportamento di questi generi teatrali sia peggiorato nel tempo, tutt’altro! Non ti curar di lor, ma guarda e passa!

Solo, devo ammettere che nonostante tutto mi piacerebbe, per mia pura soddisfazione personale, avere la prova della sincerità di tutti questi detrattori quando manifestano un tale disprezzo per il vaudeville e il melodramma. Vorrei che ognuno di essi, prima di tornare ad occuparsi del genere SUPERIORE, che tanto raccomanda, si sentisse obbligato a scrivere tre buoni atti di vaudeville o di melodramma; questo, solo per mettere bene in chiaro che se non ne scriverà più in futuro sarà per sua libera scelta, e perché il genere è veramente troppo al di sotto delle sue capacità. A quel punto mi riterrò soddisfatto. Ma fino ad allora, non posso esimermi dal citare i versi del bravo La Fontaine quando diceva: “È un’uva acerba, un pasto buono per ghiri e per scoiattoli!” (citazione tratta da La volpe e l’uva N.d.T.).