Georges Feydeau e la finta lettera anonima a Le Figaro

La presente lettera è tratta da Le Figaro, 08 dicembre 1911, ed è stata inviata al quotidiano da Georges Feydeau per pubblicizzare, sotto forma di biglietto anonimo, la prima rappresentazione di Léonie è in anticipo avvenuta il 09 dicembre. La traduzione è mia.

Léonie è in anticipoGentile autore di Léonie è in anticipo,
Vi credete tanto furbo nel chiudere tutte le porte con i lucchetti e tappare tutte le finestre della Comédie-Royale per impedire a chiunque di assistere alla vostra pièce in anticipo rispetto alla sera della prima; non avete capito che questo avrebbe indotto i curiosi, di cui io faccio parte, a impuntarsi. Ho scommesso che sarei riuscito ad assistere, sotto il vostro naso, a un’intera prova della pièce, e ci tengo a dirvi che ho vinto. Non avete minimamente sospettato dell’uomo in blusotto azzurro che, l’altro pomeriggio, è venuto a sistemare l’elettricità. L’uomo in blusotto, ero io. In questo modo ho sentito tutto. Non vi racconterò la trama della pièce, visto che la conoscete già. Quello che posso dirvi è che mi avete fatto trascorrere un bel momento. Ah, quel povero disgraziato di marito che diventa bersaglio della tirannia della levatrice e dei suoceri nel giorno del parto della moglie!… Credo che una simile situazione sia tratta dalla realtà!… E dico “credo” perché non sono sposato… E poi, vi ho comunque fregato.

Ah!… Daynes-Grassot, nel ruolo della levatrice, è impareggiabile! E Marcel Simon, in quello del marito, è divertentissimo, con quella sua aria rassegnata e quei suoi moti di ribellione! Colombey è delizioso! Per non parlare di Suzanne Avril e Rosni-Derys, nel ruolo della giovane partoriente! Un’interpretazione strepitosa.

Rosni-Derys

Rosni-Derys

Non dirò nulla della sfarzosa scenografia perché quel pomeriggio, durante la prova, avevate a disposizione solo un paio di sedie di paglia e qualche tavolinetto, ma ciononostante sono riuscito ad averne un assaggio. Infatti, mentre me ne stavo andando, ho visto il materiale che stavano portando dai grandi magazzini Les Trois Quartiers e mi è sembrato magnifico.

Ah! Io non sono Madame di Tebe, ma secondo me la vostra pièce sarà un vero successo.

Ora è meglio che vi informi che se dopo la mia uscita avete avuto dei problemi elettrici, sarà bene che porgiate le mie scuse al direttore del teatro; purtroppo, non ci capisco niente di elettricità! E infatti non ero mica venuto a teatro per sistemare l’impianto!

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Dal matrimonio al divorzio: Feydeau e la crisi coniugale negli atti unici

La suocera buonanima:
Georges Feydeau ha fatto l’onore di donare al teatro della Rue Caumartin un atto unico inedito. La suocera buonanima è una semplice pochade all’interno della quale, però, sono ben evidenti l’ingegnosità, il talento e la forza comica dell’autore di La signora di Chez Maxim. Il personaggio maschile protagonista ha trascorso buona parte della nottata al ballo delle Quattro Arti e rientra a casa all’alba in uno stato abbastanza pietoso sotto il suo costume di Re Sole; la signora, che fino a poco prima dormiva, lo accoglie di pessimo umore. La scena più buffa, divertente e argutamente studiata è la scenata coniugale che la sposa, svegliata di soprassalto dal marito, finisce per fare al povero Luigi XIV. Quest’ultimo, che di mestiere fa il pittore, giustifica la sua uscita notturna strettamente utilitaristica con il dovere professionale; e in effetti uno dei fenomeni più divertenti del nostro tempo è il modo in cui i viveur, a volte, dimostrano, nei confronti delle feste galanti, una coscienza, una regolarità e una sorta di sorprendente rassegnazione… Il dialogo intimo viene interrotto dall’arrivo di un messaggero che porta una triste notizia: la madre della signora è deceduta. Tuttavia, si viene ben presto a sapere che il messaggero ha sbagliato piano. Anche se le suocere, nelle sale teatrali, non sono quasi mai oggetto di simpatia, è stata necessaria tutta l’abilità di Georges Feydeau per mantenere il privilegio del buonumore in una situazione un po’ penosa.
La suocera buonanima è stata molto applaudita. Armande Cassive interpreta il ruolo principale in modo magnifico. Quest’attrice è così briosa e divertente che, quando calca il palcoscenico, l’indecenza si converte sempre in comicità. Sia lei che l’autore hanno ricevuto gli apprezzamenti del pubblico.
(Francis Chevassu, Le Figaro, 17 novembre 1908, traduzione mia)

Purghiamo il bimbo

Purghiamo il bimbo

Purghiamo il bimbo:
Purghiamo il bimbo è senza dubbio una farsa ma comunque significativa, molto rigorosa e crudele, che rivaleggia con i diversi studi di Georges Courteline e che, sotto certi aspetti, richiama alla memoria alcune farse di Molière: in effetti, Purghiamo il bimbo non si tira indietro di fronte a certe evocazioni che un gusto pudibondo giudicherebbe volgari; lo sviluppo dell’idea comica si spinge fino all’eccesso, eppure la pièce non cessa di risultare verosimile; essa si avvale, senza il benché minimo scrupolo, di elementi tipici della comicità, alcuni dei quali, a ben guardare, sembrerebbero quasi antiquati…
Purghiamo il bimbo riporta ancora una volta sulla scena il “bambino terribile” che si diverte a causare, con la sua ostinazione, delle vere e proprie dispute coniugali, un bambino che tempesta i suoi genitori di domande di fronte alle quali essi restano interdetti, un bambino che, molto spontaneamente, ricorda i commenti che ha udito e che non dovrebbe capire e che, nel bel mezzo di una conversazione, attribuisce un soprannome disdicevole all’ospite che può fare la fortuna di suo padre… Purghiamo il bimbo riporta ancora una volta sulla scena la moglie bisbetica, astiosa, che con ingegnosa caparbietà sovreccita suo marito con continue scenate, gli rende impossibile ogni attività, fino a distruggere ogni sua relazione. Questi tipi non sono affatto nuovi; ma Georges Feydeau li ha meravigliosamente svecchiati ed essi discutono, gesticolano, si spintonano e gridano con grande spontaneità, vista anche l’estrema semplicità con cui si susseguono i loro commenti; perfino nei più piccoli imprevisti con cui si trovano alle prese vi è una tale esplosione di verve e invenzione comica che, a sentirli, non si ha nemmeno il coraggio di metterli in discussione.
Questo atto unico, gioioso e spontaneo, di un’allegria copiosa e in cui l’abilità parigina dirige il miglior spirito piccante è, nel suo genere, un piccolo capolavoro. E infatti ha ottenuto un successo paragonabile a quello di altre pièces più celebri di Georges Feydeau. Il testo è magnificamente interpretato da Armande Cassive, nel ruolo di Julie Follavoine, che si è calata nel personaggio con estro e senza mai andare sopra le righe e da Marcel Simon che, con grande flemma, ha portato sulla scena le mansuete angosce del marito perseguitato. Germain, in compenso, è eccezionalmente comico nel ruolo dello sfortunato ospite.
(Francis Chevassu, Le Figaro, 13 aprile 1910, traduzione mia)

Ma non andare in giro tutta nuda

Ma non andare in giro tutta nuda

Ma non andare in giro tutta nuda!:
Al teatro Fémina è andata in scena una folle commedia in un atto di Georges Feydeau, che prosegue il ciclo delle donne in camicia da notte intrapreso dall’ingegnoso e spiritoso autore de La signora di Chez Maxim. L’atto unico si intitola, semplicemente, Ma non andare in giro tutta nuda!.
Vi sono autori che, per feticismo, scelgono titoli di sei o sette lettere. Georges Feydeau, a quanto pare, è più convinto dell’utilità delle ventisei lettere dell’alfabeto francese a cui ne aggiunge altre giusto per abbondare. Del resto, che importanza volete che abbiano i titoli se abbiamo l’ebbrezza. La sala ha dimostrato da sola, con le sue risate, l’ebbrezza provata; e ha dimostrato altresì che la comicità, la convinzione e il buonumore di Armande Cassive, e dei suoi allegri partner, le sono arrivati, se non al cuore, almeno alla milza e che, di conseguenza, Georges Feydeau poteva vittoriosamente scrivere, come nota a piè di pagina dell’ardito problema teatrale che aveva posto all’alzarsi del sipario, la classica formula: “Il fatto che andare in giro tutti nudi sia sconveniente è tutto da dimostrare!”.
(Un signore dell’orchestra, Le Figaro, 26 novembre 1911, traduzione mia)

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