Eugène Ionesco, Georges Feydeau e le influenze teatrali

Riporto, qui di seguito, un frammento di una delle interviste che Eugène Ionesco rilasciò nel 1966 a Claude Bonnefoy (pubblicate nel 1966 e nel 1977 dalle Éditions Belfond e poi riedite, nel 1996, dalle Éditions Gallimard). Questo permette di integrare e comprendere meglio il pensiero di Ionesco già esposto in Notes et contre-notes e da me riportato al seguente link.

Eugène IonescoD: Vi hanno spesso paragonato a Feydeau. Ha esercitato un’influenza su di voi oppure no?

R: Come vi ho già spiegato, ritengo di aver subito molto di più l’influenza di poeti e romanzieri, mentre i drammaturghi mi hanno influenzato solo in minima parte. Può sembrare che io stia mentendo, e invece vi assicuro che è proprio così. Mi è stato detto che sono stato influenzato da Strindberg, allora ho letto il teatro di Strindberg e sono arrivato alla conclusione di esserne stato influenzato. Mi è stato detto che sono stato influenzato da Vitrac, allora ho letto il teatro di Vitrac e sono arrivato alla conclusione di esserne stato influenzato. Mi è stato detto che sono stato influenzato da Feydeau e Labiche, allora ho letto il teatro di Feydeau e Labiche e sono arrivato alla conclusione di esserne stato influenzato. In questo modo, mi sono fatto una cultura teatrale. Tuttavia, se sono stato “influenzato” da questi autori senza averli conosciuti, significa semplicemente che un individuo non è solo. Si ritiene, a torto, che con consapevolezza e deliberatezza, le persone decidano di fare o non fare determinate cose. In realtà, le preoccupazioni, le ossessioni e i problemi universali sono insiti in noi e ognuno di noi, uno dopo l’altro, si ritrova ad affrontarli. Il grande errore della letteratura comparata – o almeno di quella che si praticava vent’anni fa – era pensare che le influenze fossero volontarie e credere addirittura che tali influenze esistessero. Ora, molto spesso, le influenze non esistono. Semplicemente, le cose sono là. E siamo numerosi a reagire allo stesso modo. Siamo allo stesso tempo liberi e determinati.

D: Ora che avete letto Feydeau, cosa ne pensate?

R: È un grande autore comico. Anche se io, onestamente, lo trovo poco interessante. A dire il vero mi annoia, e mi annoia anche Labiche, ma ciò non toglie che sia un grande autore. Aveva un talento naturale per il comico. Non era il tipo che si preoccupava di fare letteratura o di filosofeggiare. Non aveva ambizioni culturali. Era se stesso e basta: un talento naturale, un mostro del teatro.

Eugène Ionesco

D: Il rapporto tra voi e Feydeau non è forse messo in risalto, esteriormente, dagli artifici della messinscena? Il modo in cui oggi vengono interpretate alcune pièces di Feydeau, insistendo molto sul meccanismo del linguaggio o dell’azione, non deve forse molto allo stile interpretativo che si ritrova, ad esempio, nella Cantatrice calva?

R: Direi di no. Se gli attori che hanno interpretato altre mie pièces hanno uno stile interpretativo, coloro che hanno interpretato La Cantatrice calva non ne hanno alcuno… Ciò che hanno fatto, com’era giusto fare, è interpretare, come sul boulevard, in tutta spontaneità, in modo tradizionale e con gravità, un’opera dai dialoghi buffoneschi. Per tornare al meccanismo di Feydeau: di recente ho avuto modo di leggere con attenzione La pulce nell’orecchio. Non ricordo nulla dell’intreccio. Ma la cosa interessante, in effetti, era la meccanica. Si è spesso parlato del meccanismo di Feydeau, ma forse non lo si è mai studiato abbastanza. Si è detto che Feydeau ha criticato gli usi e costumi della sua epoca tracciandone un ritratto molto arguto. In realtà, il contenuto della sua opera non ha il benché minimo interesse perché è stupido e basta. La cosa interessante, invece, è il meccanismo: meccanismo della proliferazione, della progressione geometrica, meccanismo per meccanismo. Tutti noi conosciamo la celebre frase di Henri Bergson che dice: “Il comico è un meccanismo applicato al vivente”. In Feydeau si tratta innanzitutto (nella Pulce nell’orecchio) di vivente con un po’ di meccanismo; poi resta un meccanismo solo, folle e sregolato. Un meccanismo sregolato è un meccanismo che funziona troppo bene, così bene che tutto diventa meccanismo e basta, e se esso si impadronisce di tutto, il mondo intero finisce per diventare solo un meccanismo. Riconosco che una situazione di questo tipo la si ritrova anche nel mio lavoro, nelle Sedie, ad esempio, c’è un meccanismo sregolato; anche Il Nuovo inquilino è un meccanismo sregolato, mentre La Lezione presenta un linguaggio sregolato. Ne consegue che il comico è spaventoso, il comico è tragico.
(Eugène Ionesco, Entre la vie et le rêve. Entretiens avec Claude Bonnefoy, Éditions Gallimard, Paris 1996, pp. 52-54, traduzione mia)

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I borghesi di Georges Feydeau e il loro rapporto con la commedia nordamericana

Il presente frammento è tratto dal saggio breve Del vaudeville al cine: estética de la pareja matrimonial de Georges Feydeau en la comedia norteamericana, contenuto nel volume Mujer, cultura y salud: convivencia sexual y reproductiva, Generalitat Valenciana, Conselleria de Sanitat, Direcció General per a la Salut Pública, 2002, pp. 73-76. L’autore è lo studioso Ignacio Ramos Gay. La traduzione è mia.

Quell'incerto sentimento - LubitschI coniugi descritti da Feydeau nelle sue opere corrispondono esattamente alle coppie cinematografiche della classica commedia nordamericana. In entrambi i casi, il marito e la moglie sono collocati in un contesto politico sociale simile che dà adito a una serie di professioni liberali e che determina e favorisce lo sviluppo di un certo numero di comportamenti ricorrenti. I personaggi che Feydeau mette in scena sono sempre dei borghesi danarosi, appartenenti a una nuova borghesia incipiente, arrivista, residente nella capitale del paese, che prova piacere nel mettersi in mostra e nell’ostentare in società il successo della propria classe sociale. È l’espressione di una nuova monarchia non più fondata sulla nobiltà di casta o di sangue, ma sulla sacralizzazione professionale professata – come conseguenza della Rivoluzione – dalla borghesia stessa. I personaggi di Feydeau svolgono le professioni liberali più in voga del momento e sono, per la maggior parte, avvocati – il personaggio di Charançon, in L’affare Édouard (1889), trova il suo equivalente cinematografico nella coppia Spencer Tracy-Katharine Hepburn de La costola di Adamo (1949) – , imprenditori di successo e uomini d’affari, nello stile del Cary Grant di Scandalo a Filadelfia (1940) o della famiglia Seton protagonista di Incantesimo (1938), medici specialisti con uno studio proprio e in possesso di tutti gli ultimi ritrovati tecnici in campo medico, architetti o agenti assicurativi – Chandebise, protagonista di La pulce nell’orecchio (1907), trova il suo omologo nel Larry Baker di Quell’incerto sentimento (1941) di Ernst Lubitsch – giusto per fare alcuni esempi. A volte, la galleria drammaturgica arriva ad includere alcuni aristocratici di antico lignaggio che vengono sfruttati dai personaggi di Feydeau per vivacizzare le loro feste, i loro incontri o i loro circoli di amicizie e aumentare così il loro pedigree reputazionale sperando di ottenere qualche notevole vantaggio economico. È il caso degli esotici principi, provenienti da paesi immaginari, dei re, dei duchi, degli stamenti militari molto simili sia al gruppo di imprenditori ungheresi che Larry Baker, nel succitato film di Lubitsch, accoglie cordialmente in casa nella prospettiva dell’imminente stipula di una polizza multimilionaria, sia alle ancestrali famiglie nordamericane a cui di solito appartengono i personaggi interpretati da Katharine Hepburn e che tanto stupiscono un uomo della middle-class come Cary Grant.

Scandalo a Filadelfia

Il borghese del vaudeville, come accade anche al cinema, adora collezionare oggetti di valore, sia che si tratti di quadri di pittori celebri, come quelli raccolti nella pinacoteca di Vatelin, protagonista de Il tacchino (1896), o di edizioni bibliografiche di lusso, come quelle presenti ne Il signore va a caccia (1892); tuttavia, assai di rado a una simile smania di collezionismo corrisponde una reale brama o piacere artistico (uno degli episodi più divertenti della pellicola Quell’incerto sentimento è quando Larry Baker scambia Stravinskij e Rimskij-Korsakov per due commensali invitati a cena dal nuovo amico della moglie; ma anche il semplice fatto di possedere un pianoforte a coda la cui chiave è conservata non si sa bene dove). Al contrario, gli oggetti posseduti sono il sintomo di un’eleganza intesa come promozione e successo sociale – la borghesia francese che guida la Rivoluzione anziché porre fine all’estetica aristocratica e svilupparne una propria preferisce imitarla – perpetrata attraverso il dominio classista sull’altro, ed espressa al cinema tramite l’idealizzazione del successo individuale del self-made man e del sogno americano di cui parlano i protagonisti – e di cui Cary Grant in Incantesimo (1938) è il miglior esempio – . La precisione millimetrica con cui Feydeau concepisce le didascalie d’apertura di tutte le sue opere, e che arrivano a occupare addirittura una pagina intera nelle edizioni a stampa, trova un perfetto corrispondente nei suoi omologhi americani. Le sceneggiature delle pellicole ricreano case “museo” – termine utilizzato da Cary Grant per definire la dimora dei Seton – costituite da appartamenti di lusso con una miriade di porte che si aprono su altrettante stanze e attraverso le quali compaiono e scompaiono a ritmo frenetico una quantità di personaggi; finestroni invetriati; caminetti in pietra stracarichi; tavoli; pianoforti; biblioteche; divani; materiali nobili e resistenti; mobili di lusso e tutta una serie di innovazioni tecniche generate dall’avvento dell’elettricità, come fonografi-magnetofoni, campanelli elettrici o la splendida invenzione – fantasiosa e non tipica del genere vaudeville – della poltrona estatica presente ne La signora di Chez Maxim (1899). All’oggetto funzionale inanimato va ad aggiungersi l’oggetto funzionale umano: i domestici, trattati con relativo disprezzo, estranei a quel mondo di ricchezze immaginarie che li circonda e sempre impegnati a infondere all’opera una boccata di aria fresca e di comicità, come in Quell’incerto sentimento quando i servitori si danno alla fuga appena scoprono che Jill Baker frequenta un pianista che non la smette mai di esercitarsi, sia di giorno che di notte. In sostanza, si tratta di una classe sociale inoperosa, senza alcuna preoccupazione economica – benché i riferimenti al denaro siano parecchi – e tutta intenta a perseguire uno svago personale tramite il piacere o tramite il lavoro; e comunque, sia il piacere sia il lavoro hanno l’unico scopo di favorire la fuga dalla monotonia quotidiana.

La pulce nell’orecchio di Feydeau trasposta al cinema

Il presente articolo è tratto da La Vanguardia Española, 17 novembre 1968, p. 60. L’autore è A. Martinez Tomas. La traduzione è mia.

La pulce nell'orecchio - locandinaSoprattutto nel primo periodo del suo sviluppo, il cinema ha preso in prestito molte tematiche dal genere vaudeville. In questa specifica pellicola, non si tratta tanto di una tematica ma piuttosto di un intero vaudeville trasposto sul grande schermo fin nei suoi minimi dettagli. È una pièce classica che rispetta lo stile teatrale per il quale divennero famosi autori molto elogiati come Labiche e Feydeau. È probabile che il regista Jacques Charon abbia pensato che non fosse necessario aggiungere o togliere nulla a questa divertente commedia d’intreccio. I mezzi espressivi di cui dispone il cinema, a suo dire, evidentemente bastano a infondere nuova vitalità al testo.

Il risultato dell’esperimento è abbastanza soddisfacente. Il film è divertente, chiassoso e spumeggiante. L’eccellente ambientazione – che evoca la Parigi affascinante ed elegante della Belle Époque – è un ulteriore motivo di interesse e infonde leggiadria alla pellicola. Va da sé che lo spettacolo a cui assistiamo è un inverosimile bailamme avente, però, il pregio di risultare ingegnoso e di essere stato trasposto sul grande schermo con grande disinvoltura e perizia tecnica.

Il genere vaudeville, quando viene offerto in dosi moderate, non solo si rivela piacevole ma addirittura stimolante. Vedere come si divertivano, a suo tempo, i nostri genitori – e anche i nostri nonni – suscita comunque una certa curiosità.

Non serve specificare che l’intreccio di La pulce nell’orecchio è di quelli che hanno fatto epoca. Partendo da un semplice equivoco, che scatena la gelosia di una gentile signora innamorata del marito che, a sua volta, per una condizione psicologica molto “particolare” le è fedele – circostanza non molto comune nella Parigi libertina dell’epoca –, si scatena un folle andirivieni con corse, incontri fortuiti e altri eventi simili che permettono allo spettatore di trascorrere piacevolmente il suo tempo.

Rex Harrison in La pulce nell'orecchio

Rex Harrison in La pulce nell’orecchio

L’interpretazione degli attori è straordinaria. Il ruolo maschile principale è stato affidato al britannico Rex Harrison e la cosa sorprendente è come sia riuscito a calarsi con eleganza in una parte non esattamente “nobile”, anche se divertente, compiendo un lavoro eccezionale. L’attore si divide tra due diversi ruoli – quello del domestico e quello del gran signore – e in entrambi dimostra il suo grande talento. Anche l’interpretazione di Louis Jourdan e il delicato e raffinato impegno artistico dell’attraente Rosemary Harris sono degni di nota. Il film, pur essendo molto parigino, è una produzione nordamericana, il che rende la cosa ancora più curiosa.

La pulce nell’orecchio (A Flea in Her Ear): Regia: Jacques Charon; Sceneggiatura: John Mortimer; Autore: Georges Feydeau; Produttore: Fred Kohlmar; Interpreti: Rex Harrison, Rosemary Harris, Louis Jourdan; Distributore: Twentieth Century Fox Film Corporation; Data di uscita: 19 ottobre 1968.

John Rando, A Flea in her Ear, la farsa francese e Georges Feydeau

Il presente articolo è tratto dal sito teatrale Berkshire on stage and screen (from the Berkshires to Broadway and Beyond), a cura di Larry Murray, ed è stato pubblicato il 05 agosto 2014. La traduzione è mia.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her EarSecondo l’attore Mark Harelik una farsa folle come La pulce nell’orecchio non è cosa da sperimentare a casa propria: è molto complessa e cadere continuamente sul sedere può provocare lesioni non da poco. “Durante le prove abbiamo deciso di procedere passo passo, coordinando le battute e i movimenti con lo sbattimento delle porte e le dozzine di entrate e uscite. Ma una volta che l’intero cast ha acquisito dimestichezza con la procedura, è stato come spingere una palla di neve giù per una montagna: è diventato qualcosa di inarrestabile”.

Questa è la farsa secondo Georges, Georges Feydeau. Il genio francese della commedia.
Un uomo capace di concepire situazioni inverosimili, contenenti un’infinità di dettagli, come fossero ricette perfette che un secolo dopo continuano ad allietare il pubblico. Il regista John Rando ritiene che “seguire i suoi schemi è molto divertente”, anche se il copione da lui osservato è diverso da tutti quelli visti in precedenza poiché si tratta di una nuova traduzione a cura del commediografo britannico David Ives.

“David è un vecchio amico, un amico intimo, e quando ho letto la versione da lui realizzata per il Chicago Shakespeare Theatre mi è piaciuta subito”. John Rando, che nel 2002 ha vinto un Tony Award come regista del musical Urinetown, aggiunge: “David ha scritto una versione molto spiritosa della pièce; fedele all’originale ma con un’appropriatezza di linguaggio e giochi di parole che la rendono perfetta per il pubblico americano. Ho capito subito che dovevo metterla in scena. Così l’ho proposta a Nicky (Nicholas Martin, direttore artistico del Williamstown Theatre Festival) nel gennaio scorso perché rappresenta il lato migliore di due mondi – entrambi molto raffinati e divertenti. Lui ha accettato e così il testo è stato messo in cartellone”.

David Ives non si è limitato ad adattare il copione con la massima precisione, ma ha curato anche la traduzione delle lunghe didascalie. A volte, queste ultime sono ben più estese e dettagliate dei dialoghi stessi. “David è andato a rileggersi il copione originale e ha fatto un lavoro certosino riga per riga”, specifica il regista.

Le battute in sé non sono così importanti quanto le situazioni inverosimili in cui i personaggi si trovano coinvolti. Come spiegò benissimo Feydeau una volta: “Quando in una delle mie pièces due personaggi non devono incontrarsi, io li metto uno di fronte all’altro”.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her Ear

John Rando nutre la stessa profonda ammirazione sia per David Ives che per Georges Feydeau: “David Ives è un grande autore comico, nonché un maestro dell’assurdo e del linguaggio giocoso, che non solo è divertente vedere sulla scena ma anche portare in scena. La pulce nell’orecchio è la farsa francese per eccellenza, quella che ha fatto esplodere il talento di Feydeau. Il celebre drammaturgo francese ha scritto tante pièces, ma questa è una delle più estreme ed esilaranti”.

Per gli attori, correre continuamente in tutte le direzioni è faticoso e allo stesso tempo pericoloso. “Ma a un certo punto viene spontaneo e quindi le difficoltà si appianano”, spiega Mark al telefono. “Dovrebbe vedere quant’è inzuppata la mia camicia in questo momento. Abbiamo appena finito le prove. Ero così orgoglioso di non essere un maglione, e invece ora ho scoperto di essere un cardigan”.
La pressione si fa sentire anche perché il tempo per le prove è molto limitato ed è quindi importante che le frenetiche scene di inseguimento e le improvvise entrate e uscite siano calcolate alla perfezione affinché tutto funzioni al meglio sul palco. “Da voi, nel Berkshire, non si fanno le prove, vero? Si entra in qualche modo in scena e avviene il miracolo!”, dice scherzando il regista John Rando, “ma se qualcosa non è stato provato abbastanza, il pubblico se ne accorge subito”, concorda, per poi aggiungere quasi ripensandoci e sempre in tono scherzoso: “Scommetto che lei è uno di quei critici che viene a vederci per poi darci addosso”.
“Un critico, certo”, rispondo io, “ma la recensione non la scrivo mica io, se ne occuperà il mio collega Charles Giuliano”.
“Beh, allora io e la mia compagnia ci auguriamo che entrambi trascorriate una piacevole serata. Abbiamo un cast di prim’ordine: sono tutti attori professionisti che sanno benissimo quanta fatica ci vuole per acquisire il giusto ritmo comico in una pièce di questo tipo”. Oltre al già citato Mark Harelik, il cast comprende Brooks Ashmanskas, Mia Barron, Jeremy Beck, MacIntyre Dixon, Carson Elrod, Tom Hewitt, Tom McGowan, Kathryn Meisle, Geoffrey Murphy, Heidi Neidermeyer, David Pittu, Debra Jo Rupp e Sarah Turner.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her Ear

John Rando si sta scaldando per l’impresa. “La pièce di Feydeau, come altre simili, l’ho vista quando sono stato a Parigi. Lì ho scoperto questa magnifica pasticceria con la vetrina piena di squisitezze. Mi veniva voglia di entrare e comprare il negozio intero. Credo sia proprio questa la sensazione che deve provare il pubblico quando assiste a La pulce nell’orecchio. È un testo che per certi versi critica aspramente la mentalità borghese del periodo (la fine dell’Ottocento) e allo stesso tempo la esalta”.

Il Chicago Shakespeare Theatre dispone di ben tre scenografie di alto livello che attirano ancora di più l’attenzione. La domanda che ci poniamo è: quale sarà la scenografia utilizzata durante il Williamstown Theatre Festival? A quanto afferma John Rando, la compagnia si avvarrà di due scenografie. Nel primo atto, che si svolge nella casa della signora Chandebise e del marito assicuratore, l’ambientazione sarà una versione moderna di un appartamento parigino di inizio secolo. Nel secondo atto, invece, ci sarà l’albergo: “Un modesto hotel per relazioni extra-coniugali frequentato dalla media-borghesia. È un luogo più intimo che lussuoso”.
“Una commedia funziona meglio in stato di compressione. Se la stanza è più piccola di quanto dovrebbe essere, già questo elemento da solo fornirà maggiori possibilità di divertimento. È molto impegnativo riempire un palcoscenico di notevole grandezza perché, in questo contesto, le porte più ravvicinate sono più comode e facilitano la riuscita dello spettacolo. L’atmosfera di compressione garantisce anche che ogni personaggio vada continuamente a sbattere addosso all’altro”.

Ma, di preciso, quante entrate e uscite di scena ci sono? “Circa trecento”, afferma John, “ma la sensazione è che ce ne siamo più di novecento”, replica Mark. “L’obiettivo è fare in modo che tutto avvenga in simultanea”, afferma ancora Mark, “e più lo spazio è ridotto e senza possibilità di sgusciare da qualche parte più è facile saltare dentro e saltare fuori. Dobbiamo considerare anche il tempo che ci vuole per girare la maniglia della porta”.
Secondo voi tutto questo si può paragonare a una partita a tennis? “Certo, con dodici persone che giocano in contemporanea”, risponde Mark.

La discussione si sposta su Feydeau e sulla necessità o meno di attualizzare i suoi testi. Non è difficile immaginare come sarebbe se Feydeau fosse ancora vivo e potesse inserire nei suoi copioni il Viagra o il Cialis.
“I testi di Feydeau sono già completi così”, afferma Mark, “anche senza la presenza di cose di questo tipo. La posata e compassata classe media mantiene sempre una certa dose di immobilità, perché è totalmente incapace di sfuggire alla sua vita abitudinaria. Ecco perché i borghesi vanno in questo hotel: per sfuggire alla quotidianità. Così il mondo che li circonda esplode benché loro facciano di tutto per non perdere la dignità”.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her EarMentre parliamo, la conversazione si sposta rapidamente sulla velocità di un cambio di scena. Avete anche il letto girevole? “Come no”, risponde Mark. “Non potevamo farcelo mancare”, incalza John. “E indossiamo anche le giarrettiere”, aggiunge Mark. “E abbiamo anche gli scambi di identità”, specifica John.

E la trama, chi ce la racconta? John si offre volontario: “La pièce ruota attorno a un paio di bretelle smarrite, e poi ritrovate, che vengono recapitate per posta. Gli autori dell’epoca amavano molto questo genere di cose: una storia che si dipana da un singolo e semplice avvenimento iniziale”. Mark aggiunge che: “C’è anche un’interessante evoluzione, sociologica e intellettuale, che si verifica proprio in questo periodo. Le pièces di George Bernard Shaw irrompono sul palcoscenico con le loro meticolose didascalie e una pungente satira sociale che spesso si rivela smaccatamente divertente”.
John: “Feydeau non era considerato un realista, ma i suoi testi erano comunque incentrati sulle persone reali che si recavano a teatro. Ragion per cui molti dei suoi personaggi si potevano facilmente riconoscere tra il pubblico presente in sala”.

E quanto dura la pièce? John: “Sono tre atti. I primi due hanno una durata di circa trentacinque minuti l’uno, mentre il terzo ne dura trenta. E sono previsti due intervalli”. Mark: “È il classico modo di concepire una pièce”.
Di questi tempi, due intervalli a teatro sono piuttosto rari. Ma nel caso specifico si rivelano molto utili anche per gli attori.
John: “Consentono a tutti di funzionare al meglio”.
Mark: “Il primo intervallo ci aiuta a riprendere fiato, mentre il secondo è come una rapida boccata d’aria prima della folle corsa fino alla fine”.

Un po’ di storia della pièce: Nel corso degli anni sono state realizzate numerose traduzioni di La pulce nell’orecchio. Il nuovo adattamento di David Ives è stato commissionato dal Chicago Shakespeare Theatre ed è stato presentato il 10 marzo 2006 in anteprima mondiale. Se qualcuno di voi ha mai avuto modo di vedere La pulce nell’orecchio è probabile che sappiate apprezzare anche la versione di John Mortimer, realizzata per il Britain National Theatre e rappresentata per la prima volta all’Old Vic Theatre nel 1966. Il testo è stato anche portato sul grande schermo dalla 20th Century Fox con Rex Harrison nel ruolo principale. Nel 1969, invece, l’ANTA Playhouse di New York ne ha allestito una versione tradotta da Barnett Shaw, mentre nel 1998, sempre a New York, l’adattamento di Jean-Marie Besset e Mark O’Donnell è stato rappresentato al Roundabout.

Nella versione diretta da John Rando le scene sono di Alexander Dodge, i costumi di Gregory Gale, le luci di Rui Rita e le musiche e il sound design di John Gromada. Stephen Gabis è il coach dialettale, mentre Rick Sordelet è il fight director. Il direttore di scena è Donald Fried.

N.B. Spesso e volentieri il letto girevole computerizzato si è inceppato bloccando gli attori e ostacolando il normale procedere della pièce. Tuttavia, incidenti di questo tipo si sono rivelati divertenti quanto lo spettacolo stesso.

Le immagini sono tratte dal sito ufficiale del Williamstown Theatre Festival: http://wtfestival.org/main-events/flea-in-her-ear-a/ Il fotografo è Andy Tew.

Sir John Mortimer e La pulce nell’orecchio di Feydeau

Il presente frammento è tratto dal volume Clinging to the Wreckage, Penguin Books, Londra 1983, pp. 195-198. L’autore è Sir John Mortimer. La traduzione è mia.

A Flea in her EarPer me, il termine farsa, non ebbe alcun significato fino al giorno in cui non lessi La pulce nell’orecchio di Georges Feydeau. A quel punto, mi accorsi che si trattava di una faccenda molto seria. Le pièces di Feydeau sono vere e proprie tragedie interpretate ad alta velocità, e la trama dell’Otello, ad esempio, – con quel tipico oggetto di scena in stile Feydeau costituito dal fazzoletto che va perso (ne La pulce nell’orecchio si tratta di un paio di bretelle) – sarebbe un’eccellente base per questo genere teatrale.

Il mondo della farsa è, per forza di cose, quadrato, solido, rispettabile e sicuro di se stesso, in caso contrario non potrebbe esplodere. Non vi è nulla di comico in un tremante masochista che viene sculacciato sul sedere, o in un gruppo di adolescenti svedesi, briosi e indulgenti, che vengono sorpresi nelle stanze sbagliate. Eventi del genere possono accadere solo a persone molto dignitose e di alta integrità morale. È impossibile far ridere con persone già di per sé ridicole, e i personaggi di Feydeau sono di una serietà straordinaria. Sono adulti e dotati di un’autostima invidiabile. […] Ogni cosa, nella loro vita, è solida, prevedibile e anche un po’ tediosa. I mariti sono già in età avanzata e, a letto, sono diventati indolenti o anche peggio. Le mogli, di sana costituzione, ma dall’atteggiamento ancora un po’ adolescenziale e dalla “virtù di ampio respiro” restano, come affermò lo stesso Feydeau, “quasi subito senza fiato” e rimpiangono di non potersi prendere un amante senza deludere i consorti. Questi ultimi, in compenso, provano una certa invidia per i loro amici scapoli e gettano uno sguardo cauto, ma interessato, su quegli alberghi scurrili in cui si imbattono lungo la strada che, dall’ufficio, li riconduce a casa. Le pièces di Feydeau iniziano, come ogni grande dramma che si rispetti, proprio nel momento in cui questi piccoli desideri si convertono in spaventosa realtà.

Da quell’istante in poi, com’è logico che sia, il buonsenso turbina e si inclina come la stanza di un ubriacone. Un piccolo equivoco tra le mura domestiche, o una lieve bugia bianca, bastano a generare una serie di disastri inevitabili e terribili quanto una tragedia greca. Mariti, mogli e amanti raggiungono di conseguenza un tale livello di confusione da non essere nemmeno più in grado di dire se hanno tradito qualcuno oppure no, e non gli resta neanche il tempo di saltare nel tanto bramato letto poiché tutti corrono troppo veloce.

A Flea in her Ear

Malgrado ciò, come i cappelli che i loro proprietari cercano disperatamente di trattenere durante le folate di vento, i personaggi devono assolutamente mantenere il buonsenso. Presi a calci, abbracciati alla sprovvista, presi a pistolettate, scambiati per matti, essi continuano a comportarsi in modo razionale, il che contribuisce ad aumentare di molto la demenzialità della situazione. […]

Le pièces di Georges Feydeau sono così meravigliosamente costruite che un altro drammaturgo può solo limitarsi a osservarle con lo stesso timore reverenziale con cui un insegnante di matematica alle prime armi si avvicina all’opera di Einstein. Ogni suo testo contiene quei dieci minuti iniziali piuttosto noiosi che dimostrano come l’autore stia predisponendo le fondamenta per l’elaborato edificio che costruirà nel corso della serata. Feydeau si preoccupa molto degli eventi e poco dei giochi linguistici, di conseguenza, nel tradurlo in inglese, decisi di inserirne alcuni di mia invenzione, anche se devo ammettere che non furono mai accolti con tante risate come le accurate esclamazioni concepite da Feydeau stesso e pronunciate proprio al momento giusto (quei “Chi?”, “Cosa?”, “Non ci credo!”, che costituiscono il suo marchio di fabbrica).

A Flea in her Ear

Erano bei tempi quelli in cui sedevamo nelle baracche Nissen, dietro il National Theatre, mentre Laurence Olivier consumava i suoi pasti a base di mele e champagne e noi leggevamo e rileggevamo la pièce fino a non farla sembrare più una traduzione ma dando comunque agli spettatori la sensazione di essere in grado di capire la lingua francese. Il linguaggio della farsa francese di fine Ottocento, per fortuna, fu per me abbastanza facile da tradurre, visto che non si allontanava poi molto dal linguaggio di P.G. Wodehouse o di Jerome K. Jerome e da quella parlata ancora in uso in alcune Inns of Court (nota 1). Linguaggio che, in seguito, avrei analizzato ed approfondito ulteriormente nel momento di scrivere Le avventure di Bailey (nota 2).

Per ulteriori approfondimenti vedere anche l’articolo, pubblicato su Fucine Mute, La farsa è una cosa seria: Sir John Mortimer traduttore di Feydeau.

Note:

1) Locande di Corte: Collegi professionali inglesi, raggruppanti coloro che esercitano la professione legale. Furono istituiti nel secolo XIII quando, chiuse le scuole londinesi di diritto romano, fu stabilito dal re Edoardo I (1272-1307) che coloro che avessero voluto intraprendere l’esercizio dell’attività legale avrebbero dovuto istruirsi unicamente frequentando i tribunali di Westminster. (Fonte: Dizionario Giuridico Simone)

2) Serie televisiva in quarantadue episodi trasmessa della tv britannica per quattordici anni a partire dal 1978 e incentrata sui casi affrontati dall’avvocato Horace Bailey basati sull’esperienza reale di Sir John Mortimer.

Georges Feydeau all’inglese: panoramica di adattamenti

Freddie Fox nel ruolo di Camille Chandebise

Freddie Fox nel ruolo di Camille Chandebise

A Flea in Her Ear (da La pulce nell’orecchio): Le farse tradizionali sono l’equivalente teatrale delle locomotive a vapore d’epoca: antichi macchinari restaurati con cura che ci scaldano il cuore quando li vediamo in lontananza.
Come un trainspotter che attende sul binario il Flying Scotsman, non vedevo l’ora di assistere al riallestimento di A Flea in Her Ear di Georges Feydeau, per la regia di Sir Richard Eyre, all’Old Vic Theatre. Questa pièce del 1907 è un classico dell’ingegneria teatrale tra i tanti concepiti dal grande maestro francese, con giunti e valvole progettati con la massima precisione.
Mentre molti drammaturghi faticano a scrivere a due dimensioni, le pièces di Feydeau sono tridimensionali e descrivono ogni movimento scenico nei minimi dettagli. Provate a dare un’occhiata ai copioni originali francesi dei testi dell’autore: le indicazioni sceniche sono più lunghe dei dialoghi. Le sue trame sono complicate ma i suoi personaggi sono comunque ben costruiti, ed è un autore di straordinaria attualità.
(John M. Morrison, Does farce have a future on stage?, The Guardian, 15 dicembre 2010, Courtesy of Guardian News & Media Ltd., traduzione mia)

A Little Hotel on the Side (da L’albergo del Libero Scambio): Dopo aver gettato le fondamenta, l’allestimento di Lindsay Posner perde parzialmente quel ritmo accelerato che è il marchio di fabbrica della farsa di Feydeau: l’atto centrale della pièce, ambientato in uno squallido albergo che puzza di sesso stantio, dovrebbe essere un incubo a occhi aperti collocato tra due atti di tormento coniugale. Richard Wilson dà un notevole contributo alla pièce nel ruolo dell’albergatore fallito che sfoggia muffole azzurre, e anche Debbie Chazen e Luke Newberry fanno la loro parte nel ruolo di una coppia di giovani amanti furtivi. Ho apprezzato molto anche la scena in cui Richard McCabe, addossato a una parete della camera da letto, si ritrova con il posteriore accuratamente ispezionato da un trapano ficcanaso. Tuttavia, come nei Rumori fuori scena di Michael Frayn, l’atto centrale dovrebbe essere uno slancio impetuoso da cui risulti evidente che i prezzi del peccato sono il panico, il furore e una contrastata tumescenza. Non fraintendetemi. La serata si rivela molto piacevole e l’ultimo atto è ben gestito; tuttavia, è solo grazie alla presenza del balbuziente Tom Edden che lo spettacolo ascende agli alti livelli di follia tipici della farsa.
(Michael Billington, A Little Hotel on the Side – review, The Guardian, 22 agosto 2013, Courtesy of Guardian News & Media Ltd., traduzione mia)

Every Last Trick (da Il Sistema Ribadier): Le Système Ribadier (questo il titolo originale francese), rappresentata per la prima volta nel 1892, è incentrata su un adulterio compiuto grazie all’ipnosi: un marito addormenta profondamente la moglie ogni volta che vuole andare dall’amante. La sintesi a grandi linee di cui sopra è tutto ciò che resta di Feydeau nel nuovo allestimento, ambientato negli anni Venti del Novecento e simile all’originale quanto un insieme di molle e ingranaggi modellati in una meridiana può essere simile a un Rolex. Nella versione scritta da Tamsin Oglesby, e messa in scena dalla compagnia diretta da Paul Hunter, la delicatezza della farsa va in frantumi convertendosi in una serie di gag, grossolanità e assurdità tenute insieme alla meno peggio. Ha importanza tutto ciò? No, se vi accontentate di una serata piena di nonsense approssimativi. Se invece vi aspettate un incontro con Feydeau, resterete delusi.
(Clare Brennan, Every Last Trick review – Feydeau’s farce gets a rough-and-ready makeover, The Observer, 27 aprile 2014, Courtesy of Guardian News & Media Ltd., traduzione mia)

Joseph Alessi nel ruolo di Duchotel

Joseph Alessi nel ruolo di Duchotel

The One That Got Away (da Il signore va a caccia): L’unico difetto di questo divertente allestimento della farsa di Feydeau Monsieur Chasse!, datata 1892 e qui rappresentata nell’attenta traduzione di Kenneth McLeish, è costituito dal fatto che il regista Laurence Boswell incita gli attori principali a ingigantire i personaggi in modo da indurre il riso, anziché lasciare che li interpretino e basta e che il riso scaturisca spontaneamente dalla crescente confusione dovuta agli sfortunati incontri galanti. Benché l’allestimento non manchi mai di divertire e, a volte, sia spassosamente slapstick, è raro che il pubblico provi quella forte emozione dovuta al prendere sul serio i personaggi al punto da temere per il loro avvenire.
(Clare Brennan, The One That Got Away review – delicious Feydeau farce, The Observer, 29 novembre 2015, Courtesy of Guardian News & Media Ltd., traduzione mia)

A Flea in Her Ear all’Old Vic Theatre:

La pulce nell’orecchio: la prima rappresentazione vista da Adolphe Brisson

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 04 marzo 1907. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

La pulce nell'orecchio - locandinaGeorges Feydeau ha ripreso in mano la penna da cui sono uscite pièce quali Champignol suo malgrado, Il Tacchino e La signora di Chez Maxim. Ha concepito un vaudeville che, per almeno un’ora buona, ha fatto cadere in preda alle convulsioni il pubblico che vi assisteva. Ma quest’ora di allegria è costata molto lavoro. Quanti preparativi, mio Dio! Quante precauzioni! Quanti trucchi dalla complicata elaborazione! L’hotel del Minet-Galant, dove è ambientato l’atto secondo de La pulce nell’orecchio, contiene letti truccati, tramezzi mobili, una decina di porte, altrettanti armadi e due piani di scale lungo i quali sfilano i personaggi. E quando scoprirete che tali personaggi sono interpretati da attori del calibro di Torin, Germain, Matrat, Milo de Meyer, Armande Cassive, Carlix e Maurel, non sarete affatto stupiti del felice esito della serata.

La pièce è ben costruita, secondo l’usuale formula di successo, e l’interpretazione è eccellente. Germain, che negli ultimi anni è stato spesso sacrificato a favore del collega Torin, ha avuto modo di intraprendere una sfolgorante vendetta. Infatti, interpreta due personaggi: l’autorevole borghese Chandebise, uomo di mondo, e Poche, il garzone d’hotel. Poche e Chandebise sono talmente identici da indurre gli altri personaggi a confondere Chandebise con Poche e Poche con Chandebise. Se qualcuno dà un calcio a Poche, in realtà è Chandebise a riceverlo. E quando qualcun altro implora la clemenza di Chandebise, marito infastidito, è alle ginocchia di Poche che si getta. I due personaggi si rivelano dunque una fonte inesauribile di quiproquo; quiproquo che conoscono rapida diffusione nel corso degli ultimi due atti (il primo è un po’ lento). Viste le premesse, ne avremo almeno per sei mesi…

A questo indirizzo è possibile vedere il manoscritto originale di La pulce nell’orecchio, scritto da Feydeau di suo pugno e conservato presso la Bibliothèque Nationale de France:

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550033644/f15.image.r=