Un disordine rigeneratore: Renoir / Feydeau

Il presente articolo è tratto dal volume Jean Renoir, l’insurgé, Paris, Le Sycomore, 1981, pp. 184-186, e riguarda l’adattamento cinematografico che il regista francese realizzò nel 1931 a partire dalla pièce Purghiamo il bimbo di Feydeau. L’autore è Daniel Serceau. La traduzione è mia.

On purge Bébé non è certo una grand’opera. Tuttavia, è un film molto significativo di Jean Renoir nell’ambito del suo progetto filosofico nonché estetico. La pellicola può riassumersi interamente in un’unica inquadratura: il vaso da notte del “bimbo” che troneggia nel bel mezzo dell’ufficio del padre. Il teatro, che mette a disposizione l’intrigo e il testo, finisce per annullarsi nella messa in scena facendo vedere, ma anche sentire (il famoso sciacquone continua ancora oggi a fare abbastanza rumore (vedere Nota 1)), quello che i rapporti sociali commerciali (ma anche la coscienza umana) si ostinano a non accettare.

Un fotogramma di On purge Bébé

Il padre, fabbricante di vasi da notte, sogna di rifornire l’esercito francese. Per soddisfare questo suo desiderio, presenta il suo ultimo modello a un incaricato del Ministero. A questo punto, si verifica una triplice trasformazione le cui basi sono esse stesse radicate in una triplice negazione:

1) Lo strumento pratico si annulla nella merce. I due uomini non maneggiano più un volgare recipiente, quasi disgustoso, ma un vaso astratto. Inoltre, gli aggettivi qualificativi riguardanti la sua funzione pratica sembrano svaniti. La loro coscienza è rimossa, o piuttosto negata, tanto la loro suggestione sembra inevitabile.

2) Al cinema, la convenzionale rappresentazione della donna ne sottolinea solitamente la bellezza, la sensualità o la tenera dolcezza (l’oggetto sessuale o la procreatrice idealizzata). In questo contesto, è una madre frignona, trasandata e scontrosa, e per dirla tutta non solo brutta ma anche insopportabile. La spartizione del lavoro, all’interno della coppia borghese (o dominata dai rapporti sociali borghesi), esplode con tutte le sue peggiori conseguenze: la nascita di una moglie-madre completamente asessuata, che si disinteressa del proprio corpo, esprime ottusità, si preoccupa solo e unicamente del proprio figlio, e il cui orizzonte intellettuale, affettivo e sociale si limita, in fin dei conti, alla capacità del figlio di cagare e pisciare più o meno bene.
Una madre talmente incapace di svincolarsi dalla propria personalità da trascinare dentro anche il marito; e tutto questo perché ha perso completamente il senso del decoro e delle gerarchie sociali. Ora, per l’uomo tutto ciò non è “nient’altro che merda”. La madre con la sua purga, e il bimbo con le sue storie di culo e di cacca difficile, devono essere entrambi ricacciati tra le pareti domestiche prima dell’arrivo del possibile acquirente. Questo perché i rapporti commerciali prendono ampiamente il sopravvento sui rapporti umani, e solo i primi hanno un valore e lo realizzano anche economicamente.

Un fotogramma di On purge Bébé
Le preoccupazioni domestiche della sposa sono vissute negativamente: perdita di tempo, dispersione della forza lavoro, mancanza di produttività. I rapporti commerciali mettono in risalto l’attività maschile e, di rimbalzo, la personalità degli uomini stessi.
Questo movimento di valorizzazione, e il suo contrario, negano i fondamenti della vita umana: ovvero la riproduzione della specie e la necessità di dedicarsi a una molteplicità di compiti e di attività produttive. In questo caso, la salute di un bambino e la cura e il mantenimento del proprio corpo. Questa negazione del corpo fisiologico, che si annulla nel rapporto commerciale, determina un’altra trasformazione: il corpo, a sua volta, diventa una realtà astratta. Il suo funzionamento organico, nel caso specifico il bisogno di defecare, si rivela benefico nell’istante in cui il circuito dei rapporti commerciali possono assimilarlo, ma anche solo per questo. Quanto al bisogno in sé, nel suo esercizio puramente individuale e domestico, rimane vincolante, e a dirla tutta: fonte di spreco.

3) I rapporti commerciali assumono, così, un ideale profondamente ascetico e contrario alla vita. L’ideale di un uomo astratto le cui funzioni non produttive sono tutte abolite. Il sogno di un corpo liberato da ogni forma di necessità e quindi produttivo al 100%. Questo corpo ideale, ovviamente, non viene mai annunciato in quanto tale, benché la sua presenza sia comprovata. L’irritazione del padre, che vive i problemi intestinali del figlio come un intralcio alla sua libera e piena attività commerciale, attesta la sua esistenza. Questa cacca che non vuole venire mai tradisce la presenza di un corpo intempestivo. Il “bimbo” deve essere funzionale, ovvero esistere in quanto puro oggetto di piacere così come viene definito nei rapporti commerciali. Quasi per caso, solo il suo stato di costipazione lo impone al tempo sociale del padre.

Un fotogramma di On purge Bébé
Alla fine, la sposa trionfa. Rifiuta di agghindarsi, invade l’ufficio del marito con il bambino, obbliga i due uomini (il coniuge e Chouilloux, l’incaricato del Ministero) a purgarsi e dà a Chouilloux del cornuto, rivelandogli la sua disgrazia. Manda a monte il progetto del marito, dimostrando totale indifferenza per i possibili guadagni e preoccupandosi solo di non essere associata alla reputazione di un vaso da notte. Tutto quanto se ne stava nascosto sotto la superficie esplode e diventa palese agli occhi di tutti. Egocentrica, narcisista, iperprotettiva nei confronti di un monello diventato oggetto esclusivo del suo amore, la moglie trasgredisce le regole del decoro sociale. In questo modo l’ordine borghese finisce per essere vittima di se stesso. Proprio lui che, nel suo funzionamento e capacità, si fondava sulla rimozione di una parte della realtà. Il risorgere di questa parte rimossa, generatrice di disordine, in un primo tempo solo apparente nei vestiti e negli utensili della donna di casa, non è nient’altro che il doveroso ritorno di una potenza scatenata da quel medesimo ordine borghese.
La signora Follavoine assume tanto più facilmente il suo ruolo in quanto esso si sostituisce alla sua personalità e, ai suoi occhi, è l’unico che merita di esistere. Tutto il resto non conta e, ovviamente, può essere distrutto. La dialettica dell’Apollineo e del Dionisiaco funziona già alla perfezione. Ogni forma può imporsi solo nella rimozione delle pulsioni e delle tendenze che aspirano, tuttavia, ad esistere e minacciano, di siffatta maniera, l’ordine nei suoi stessi fondamenti.

Note:

[1] Jean Renoir fu il primo regista a registrare in diretta il rumore dello sciacquone di un gabinetto.

Jean Renoir parla di La purga al pupo di Feydeau

Il presente frammento di intervista è tratto dal numero speciale 22-23-24 della rivista Premier plan, pubblicato nel maggio 1962, pp. 14-15 e 103. Il volume è a cura di autori vari. La traduzione è mia.

Jean RenoirIl mio primo film sonoro fu una sorta di esame. Non si fidavano di me. Dovevo farmi le ossa. Mi concessero l’autorizzazione a girare La purga al pupo, tratto da una pièce di Feydeau. Si tratta di un film non molto celebre, ma l’ho girato in quattro giorni, la pellicola supera i duemila metri di lunghezza, costò meno di duecentomila franchi al produttore e ne incassò oltre un milione.

Ritengo di aver fatto bene a cominciare da lì. Se avessi debuttato nel cinema sonoro con un’opera di una certa importanza, molto probabilmente ne sarei uscito con le ossa rotte. Gli anni Trenta erano l’epoca dei rumori fasulli. Le scenografie e gli oggetti di scena venivano “predisposti” per il sonoro in modo incredibilmente ingenuo. Ero profondamente infastidito da simili abitudini, così, per rendere palese il mio malumore, decisi di registrare il rumore dello sciacquone di un gabinetto.

Fu una sorta di rivoluzione. Per la mia reputazione, ebbe delle conseguenze molto più positive di quelle derivanti dall’aver girato una dozzina di scene ben riuscite. Le maggiori personalità artistiche e scientifiche, appartenenti alle grandi società sonore, dichiararono che l’idea di prendere il microfono, andare in quel posticino e tirare la catena fu un’“audace innovazione”. Vale comunque la pena sottolineare che la faccenda fu molto più complessa di quanto si potrebbe pensare di primo acchito, visto che all’epoca non esisteva il mixage. Si rese, quindi, necessario l’utilizzo di un secondo microfono e di un segnale luminoso, oltre che l’aver studiato in precedenza la densità del rumore dello sciacquone per poi poter “miscelare” il tutto. Mica semplice!

La purga al pupo: il primo film sonoro di Jean Renoir, tratto da una pièce di Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul sito web DVDtoile.com (http://dvdtoile.com/Thread.php?4033) il 20 novembre 2003. L’autore è Yann Le Gal, la traduzione è mia. Si ringraziano Yann Le Gal e DVDtoile.com per l’autorizzazione alla traduzione.

Jean RenoirAvendo incontrato alcune difficoltà nel montaggio de La cagna, Jean Renoir decise di realizzare un film veloce e popolare. Veloce, La purga al pupo (1931), lo è stato di sicuro: scritto in una settimana, girato e montato sempre in una settimana e già pronto per l’uscita sul grande schermo solo quattro settimane dopo l’inizio del progetto, riuscì a battere ogni record (solo Guitry avrebbe saputo fare di meglio!). Nel film, la velocità di esecuzione non passa inosservata… nel migliore significato del termine. La pellicola è survoltata, e possiede un ritmo indiavolato. Certo, il ritmo è determinato dalla pièce perfetta che ne costituisce la base e non bisogna tralasciare l’umorismo dell’immenso Georges Feydeau, ma il merito va soprattutto ad attori di grande livello. Michel Simon è sublime (come sempre) nel ruolo di un cornuto infatuato di se stesso, ma l’elemento cardine è costituito da Marguerite Pierry, nella parte della moglie di Follavoine. Marguerite Pierry è semplicemente sublime, e allo stesso tempo perfida, astuta, grossolana ma pur sempre divertente. Anche quando è sullo sfondo, silenziosa, senza nessuno che le rivolga la parola, assume un atteggiamento, sorride in un modo e ha una mimica tale che è impossibile non mettersi a ridere. Quando viceversa si trova in primo piano, è un vero incanto. Osa di tutto e arriva a tutto. È arte di grande livello… Per il gusto dell’aneddoto, nella pellicola compare anche uno sconosciuto di nome Fernandel nel piccolo ruolo dell’amante.

Il lavoro del regista Jean Renoir non si limita, evidentemente, alla realizzazione della versione filmata di un testo teatrale, ma egli dimostra allo stesso tempo l’intelligenza di non cercare di rinnegare la teatralità della storia. Quando, ad esempio, Michel Simon ritorna sulla scena per interpretare il cornuto indignato che denuncia moglie e amante, con uno slancio forzatamente teatrale, Jean Renoir sottolinea ancora di più questo slancio assumendo letteralmente il punto di vista dello spettatore seduto a teatro. In questo modo si genera un immediato effetto  di rinculo che trasmette ulteriormente la sensazione di trovarsi di fronte a una situazione ridicola.

Marguerite PierryAl contrario, quando la pellicola ha bisogno di acquisire un certo ritmo, dando allo spettatore l’idea di trovarsi assieme ai personaggi, Jean Renoir cerca di alternare le scenografie (prima l’ufficio, poi il bagno, poi il salotto, il corridoio ecc…). Il regista realizza anche delle inquadrature fisse con la macchina da presa, strutturando l’immagine con primi piani e profondità di campo. Ma la strategia di cui si avvale maggiormente è il montaggio parallelo. Quando lo spettatore vede Follavoine nel suo ufficio, all’inizio del film, ha anche la possibilità di seguire, in parallelo, la moglie impegnata a convincere il bambino a prendere la pozione. Quando si vede la moglie di Chouilloux che sta per arrivare, in contemporanea ci si ritrova nel corridoio a controllare che, per il marito, tutto stia andando per il meglio.

Come ultima cosa, vale la pena segnalare che questa pellicola è anche uno dei primi tentativi di Jean Renoir di realizzare un film sonoro. L’esperimento è pienamente riuscito se si considerano tutte le difficoltà incontrate quando è nato il cinema muto, soprattutto per la necessità di registrare la musica in diretta, sul palcoscenico. All’epoca, il rumore dello sciacquone, e il realismo che da esso traspariva, focalizzò l’attenzione dei critici cinematografici che si complimentarono con Jean Renoir per aver posizionato il microfono nel punto giusto…

Il risultato è un piccolo capolavoro di perfezione; un’ora di puro e grande piacere.

Un fotogramma del film