Free Exchange at the Hotel Paradiso: Feydeau in Inghilterra con Alec Guinness

Il presente articolo è tratto da The Glasgow Herald, 17 aprile 1956, pag. 5. L’autore è M. P. La traduzione è mia.

Alec GuinnessQuando il teatro inglese si è trovato ad affrontare il recente periodo di crisi, la risposta è arrivata dal moltiplicarsi degli allestimenti di commedie e farse. I risultati, tuttavia, non sono stati particolarmente incoraggianti, come dimostrato anche dalla stagione estiva dello scorso anno. Malgrado ciò è un vero piacere scoprire quanto eccezionale possa essere una farsa ben scritta se messa nelle mani di una compagnia di altissimo livello. È quanto accaduto ieri sera al King’s Theatre di Glasgow.

Free Exchange at the Hotel Paradiso è la prima pièce di Georges Feydeau a essere stata tradotta in lingua inglese. La trama è concepita in base al classico meccanismo che ha già fatto scattare molte altre farse: un marito in tête-à-tête con la moglie di un altro; numerose entrate e uscite a raffica dalle stanze di un albergo e l’interrogativo finale, che ogni spettatore si pone, su come faranno le vittime a districarsi da una simile situazione con tutte quelle prove a loro carico.

Georges Feydeau ha costruito la pièce magistralmente. Infatti, malgrado le tante circonvoluzioni della trama non vi è un solo dettaglio che venga trascurato. E poi c’è Alec Guinness, la cui interpretazione, nel ruolo del marito in fuga, è talmente superba da trasformare una serata che poteva essere definita buona in un delirante divertimento.

La trama della pièce
Ancora una volta ci troviamo di fronte a un uomo di poco conto, piuttosto avanti con gli anni e non particolarmente elegante, che tuttavia dimostra una certa sicurezza malgrado il suo essere sopraffatto da una moglie spaventosa. Quando all’improvviso gli si presenta l’opportunità di ribellarsi alla situazione pensate forse che gli venga concesso un solo attimo di pace? Assolutamente no. Così, si ritrova a comportarsi da uomo brioso e cordiale, come chiunque altro farebbe, anche quando viene colto da un inaspettato, quanto fastidioso, attacco di indigestione.

Hotel paradiso: il film tratto dalla pièce

È un uomo che amoreggia gioiosamente con la bombetta ancora in testa, accenna all’improvviso un sorrisetto gentile e racconta bugie con una convinzione tale da farle attecchire per forza o da vedersele crollare miseramente – le sfumature che Alec Guinness riesce a dare alle sensazioni provate dal personaggio in questo contesto sono straordinarie. Martita Hunt, nel ruolo della moglie, è davvero imperiosa, mentre Irene Woth trasmette un’instancabile vitalità al personaggio della moglie dell’amico del protagonista. Douglas Byng, in compenso, non sbaglia un colpo nel ruolo dell’avvocato balbuziente.

Nel secondo atto, la scenografia concepita in modo ingegnoso da Osbert Lancaster permette al pubblico di vedere, in un colpo solo, quasi l’intero albergo. Mentre i magnifici cappelli per le attrici, disegnati dallo stesso Lancaster, riportano il pubblico al 1910 e si rivelano un oggetto assolutamente indimenticabile.

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Hotel Peccadillo: Georges Feydeau in Ontario

La presente recensione è stata pubblicata il 30 agosto 2007 su Stage-Door.com, il più antico sito web di recensioni teatrali dell’Ontario. L’autore è Christopher Hoile che ringrazio per l’autorizzazione. La traduzione è mia.

FeydeauC’è stato un tempo in cui il George Bernard Shaw Festival era molto bravo a produrre farse. Qualcuno ricorderà One for the Pot, di Ray Cooney e Tony Hilton, rappresentata proprio durante il Festival del 1985 e poi ripresa, nel 1996, al Royal Alex Theatre di Toronto. Purtroppo sono trascorsi molti anni da allora. Nel 2005 Something on the Side, dall’atto unico di Georges Feydeau È una donna di mondo, è stata una delusione; lo stesso dicasi per Three Men on a Horse di George Abbott e John Cecil Holm nel 2004 e Passion, Poison and Petrifaction, di George Bernard Shaw, nel 1998. Altre compagnie non sono riuscite a fare di meglio. Nel 1996 la produzione dello Stratford Festival di A Fitting Confusion, da Sarto per signora di Feydeau, si è rivelata un fiasco, mentre nel 2001 A Flea in Her Ear, da La pulce nell’orecchio sempre di Feydeau, del Soulpepper Theatre non ha ottenuto maggiori consensi.

Quest’anno il George Bernard Shaw Festival ha presentato in anteprima l’adattamento di Morris Panych di L’albergo del Libero Scambio, pièce in tre atti di Feydeau e Desvallières risalente al 1894 a cui è stato assegnato il titolo Hotel Peccadillo. Sarebbe stato più onesto, da parte degli organizzatori del Festival, specificare che la pièce in questione era un nuovo testo di Panych liberamente ispirato a una commedia di Feydeau; infatti, esattamente come l’anno scorso quando ha “adattato” L’ispettore generale di Gogol per il Soulpepper Theatre, l’autore ha lasciato perdere il testo originale e i relativi dialoghi per sostituirli con qualcosa di suo pugno. L’unica cosa che la pièce di Panych ha in comune con il testo francese è l’introduzione, nell’atto primo, di numerosi personaggi, i cui cognomi restano in parte invariati, che in seguito lo spettatore incontrerà di nuovo, diversamente appaiati, nell’atto secondo e nell’atto terzo all’interno di un albergo malfamato; l’atto quarto è stato inserito per permettere ai personaggi di cercare di chiarirsi in merito all’accaduto. Nella pièce di Feydeau Pinglet e Paillardin sono due amici impegnati in un progetto edilizio mentre la moglie di Paillardin medita di vendicarsi del marito per le scarse attenzioni che le riserva. Nel testo di Panych i due protagonisti sono uno psichiatra e il suo paziente ed è lo stesso Dottor Pinglet ad avere l’idea di sedurre la moglie di Paillardin. Con tanti e tali cambiamenti il testo non sembra nemmeno lo stesso. Morris Panych introduce anche un personaggio di nome Feydeau (ignorando il povero coautore Desvallières) che narra e commenta le situazioni. L’idea in sé non è malvagia salvo che un simile stratagemma è già stato utilizzato, proprio da Panych, nella sua versione de L’ispettore generale dove, alla fine, si scopre che Gogol aveva inserito se stesso nella pièce come personaggio nel presunto ruolo del titolo.

Personalmente non trovo negativo che la nuova versione non sia ambientata nel 1894. Panych cita il Viagra, gli inibitori della ricaptazione della serotonina, gli impianti di glutei, le nudità involontarie di Janet Jackson, Michel Foucault e la tortura dei prigionieri iracheni. Quello che non mi spiego è perché la costumista Nancy Bryant ha ambientato la vicenda negli anni Sessanta, prima ancora che una sola delle succitate idee diventasse di dominio pubblico, e perché lo stesso programma si concentra così tanto sugli anni Sessanta. È chiaro che c’è stato un radicale cambiamento tra il testo che Panych aveva pianificato di scrivere e quello attualmente in scena.

Nessuna di tali modifiche avrebbe una qualche importanza se l’allestimento di Panych funzionasse, ma non è questo il caso. Le sue battute sono molto approssimative, con i colpi mancati che superano di gran lunga quelli andati a segno. Panych imbastisce diverse situazioni di potenziale comicità ma non le porta a termine. Perché quando il Dottor Pinglet, travestito da hostess, arriva al suo appuntamento segreto con la signora Paillardin lei non fa alcun commento sulla sua insolita mise? Perché, nel finale, nessuno si accorge che il Dottor Pinglet indossa calze e scarpe da donna? Che senso ha introdurre il pilota Mathieu e le sue tre hostess se non influiscono in alcun modo sull’azione? Perché chiedere a Ludmila di fare da chaperon alle hostess se non la vediamo mai esercitare questa funzione? Perché citare ripetutamente il fatto che la signora Pinglet ha assunto un giovane perché segua suo marito se gli spettatori non vedono mai una scena del genere? Nell’Hotel di Panych non vi è alcuna escalation di errori che si accumulano o di persone che vengono continuamente scoperte con il partner sbagliato nel posto sbagliato, ma sono proprio queste caratteristiche a rendere divertente il genere teatrale della farsa. La conclusione, come quanto la precede, è abborracciata e sbrodolata. I guai di Paillardin con la moglie non si risolvono. Pinglet, fatto alquanto strano, non ha alcuna reazione quando scopre che la moglie ha una relazione o che il nipote frequenta la donna che lui gli ha raccomandato di evitare. È come se la pièce finisse semplicemente perché sono comunque trascorse due ore e non importa se gli ultimi dettagli sono stati aggiustati o meno.

Hotel del Libero Scambio

Ken MacDonald è uno scenografo molto creativo, ma in questo specifico caso le sue scenografie finiscono per nuocere a quel poco di coerenza che Panych è riuscito a dare alla storia. Ricorrendo a un punto di vista molto forzato MacDonald presenta al pubblico un corridoio con cinque porte su ogni lato, ognuna delle quali è molto più piccola della successiva, e con una sesta porta giusto dietro l’angolo. I migliori giochi visivi di Panych consistono nell’indurre gli attori ad entrare o uscire dalle porte più piccole come se la pièce fosse incentrata sulla scenografia di MacDonald. È vero che le farse francesi sono famose per le innumerevoli porte, ma quello che Panych e MacDonald non hanno compreso è che l’umorismo farsesco è preciso e meccanico e che gli spettatori devono sapere con esattezza chi si nasconde dietro ogni porta e quando. Contravvenendo completamente alle regole, Panych tratta le dodici porte come se si aprissero tutte nel medesimo spazio condiviso, sicché nessuno può sapere chi, dove e quando vi si nasconde dietro. Gli attori entrano ripetutamente da una porta solo per uscire da un’altra, ragion per cui la parte centrale dello spettacolo, quando gli amanti si inseguono per le varie stanze, risulta priva di tensione, emozione e significato. Continua a leggere

Il referente e la ripetizione-accumulo ne L’albergo del Libero Scambio di Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sulla rivista Dispositio: semiótica del teatro, volume 13, con il titolo El discurso cómico y la referencia, nel 1988. L’autore è Michael Issacharoff. La traduzione è mia.

Albergo del Libero Scambio - locandina[…] Il referente, nel contesto teatrale e soprattutto nel contesto comico, acquisisce uno status speciale. La farsa gli attribuisce un ruolo privilegiato considerato che l’elemento menzionato nel dialogo risulta subito palese. Inoltre, un referente qualsiasi può comparire più volte all’interno della scena senza che per questo gli sia assegnato un significato stabile. Un tavolo e una sedia non svolgono solo le loro funzioni quotidiane; basta ricordare il tavolo, che funge da nascondiglio, nel Tartufo di Molière, o le sedie che, nell’omonima pièce di Ionesco, sono dei veri e propri personaggi. Oggetti di questo tipo, mostrati e verbalizzati nel teatro (comico) superano di gran lunga il ruolo passivo delle scenografie “realiste”. Ad ogni modo, il più delle volte si tratta di referenti visibili o suscettibili di essere mostrati in un’altra scena successiva. Questa ricomparsa del referente appartiene alla natura, sostanzialmente visiva, della farsa, che mette in risalto il mimetico rispetto al diegetico. In essa, sono molte le cose che vengono mostrate, mentre i dietro le quinte e i racconti di Teramene (vedere Nota 1) vengono lasciati alla tragedia greca.

Ne L’albergo del Libero Scambio di Feydeau, l’effetto comico è generato da una serie di valigie. Mathieu si presenta improvvisamente a casa dei suoi amici, i signori Pinglet, comunicandogli che si tratterrà un mese. La ripetizione-accumulo inizia sul piano sonoro (significante): Mathieu balbetta. In seguito, la ripetizione-accumulo si ripercuote sul referente: entra un facchino che trasporta un’enorme valigia seguita da altre quattro valigie identiche alla prima, ognuna delle quali è trasportata da un facchino. A casa dei Pinglet sopraggiungono altre persone: quattro ragazzine. La “sorpresa” diventa finalmente palese: Mathieu intende accamparsi in casa dei suoi amici per un mese, accompagnato dalle quattro figlie. La tecnica farsesca si sviluppa su tre piani: sonoro (piano del significante), visivo-oggetto (le valigie) e visivo-personaggio (le ragazzine). Un simile accumulo di oggetti, personaggi, movimenti e balbettamenti invade i Pinglet, annullando il significante e il significato e facendo spazio al referente visualizzato, che diventa dominante.

L’ipotesi trova conferma in un altro esempio analogo, soprattutto per l’importanza smisurata assunta dall’oggetto centrale nella pièce Un cappello di paglia di Firenze che domina il testo di Eugène Labiche fino a espellere da esso la logica attanziale e addirittura i personaggi. Sia in Feydeau che in Labiche, il significante e il significato subiscono il dominio totale del referente.

Albergo del Libero Scambio - locandina 2Il referente si associa ad un elemento costitutivo del genere comico: il quiproquo, che rappresenta un errore riguardante l’identità di una persona, di un oggetto o di un luogo. La sua conseguenza è la formazione di due significati coesistenti: quello erroneo (sul palcoscenico) e quello esatto (in platea). Lo scopo del genere comico è mettere in contatto i due significati incompatibili. Un cappello di paglia di Firenze fornisce tre esempi di quiproquo: la baronessa de Champigny scambia Ferdinand per Nisnardi; Nonancourt entra in casa di Clara scambiandola per il municipio; Beauperthuis si impossessa delle scarpe di Nonancourt scambiandole per le sue. In questo modo si sviluppa un doppio significato nella direzione palcoscenico – platea.

Il quiproquo può tuttavia complicarsi ulteriormente e svilupparsi nella direzione palcoscenico/palcoscenico – platea. Nel secondo atto de L’albergo del Libero Scambio, Feydeau suddivide il palcoscenico in due, o addirittura tre, spazi recitativi; il che corrisponde all’equivalente visivo della bisociazione di Arthur Koestler (vedere Nota 2). Per scatenare il riso, il drammaturgo presenta allo spettatore due (o tre) scene teoricamente separate e le pone in contatto tra loro. Come nel caso del significante, dove il comico scaturisce dall’interazione di una serie di elementi normalmente distinti (lessicali, fonologici o morfologici), così Sigmund Freud, ne Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, studia le situazioni puramente verbali dove si giustappongono due significati opposti: uno apparente e l’altro latente o concentrato. Nel nostro contesto teatrale, se si tratta di una “liberazione”, essa funziona non solo in rapporto ai tabù sessuali, come credeva Freud, ma anche in rapporto alle restrizioni semantiche o intellettuali. In ultima istanza, il quiproquo è subordinato al referente, sia esso un personaggio, un oggetto o un luogo a cui si allude espressamente nel dialogo. Il quiproquo determina l’interazione tra due significati incompatibili: sul palcoscenico e in platea, e questo genera la probabile scomparsa del significante poiché l’attenzione si focalizza sui significati (e in grado minore sui referenti) al fine di prendere coscienza dell’errore commesso dal personaggio scenico. […]

Note:

[1] Il racconto di Teramene è uno dei passaggi più celebri dell’atto quinto scena sesta della Fedra (1677) di Jean Racine (1639-1699). Composto da 73 alessandrini, in esso Teramene racconta a Teseo di come Ippolito sia morto durante uno scontro con un mostro marino. Il soggetto ha ispirato anche molti quadri.

[2] Arthur Koesler definisce bisociazione l’operazione che riunisce due schemi di riferimento, contesti associativi o strutture di ragionamento che sarebbero normalmente considerate incompatibili. L’individuo creativo è colui che riesce a operare contemporaneamente su piani cognitivi e a mettere poi in contatto tali piani tra di loro. (Vedesi Maria Cinque, Agire creativo: teoria, formazione e prassi dell’innovazione personale, Ufficio Studi della Fondazione RUI, Franco Angeli Editore, Milano 2010, p. 61, e Arthur Koestler, L’atto di creazione, Ubaldini, Roma 1975).

L’Hôtel du Libre Échange (L’Hotel del Libero Scambio) – articolo di critica teatrale del 1894

Fernandel in L'Hotel del Libero ScambioIl presente articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 1894 e poi raccolto nel volume Quarante ans de théâtre (feuilletons dramatiques). L’autore è Francisque Sarcey, la traduzione è mia.

L’Hotel del Libero Scambio è una delle pièces più spassose che si siano mai viste da molti anni a questa parte. La prima sera il successo è stato talmente travolgente che, durante il secondo atto, si è verificato un fenomeno a cui avevo assistito solo una volta in vita mia, il giorno della prima di Le sorprese del divorzio di Alexandre Bisson: le folli risate che hanno colto e scosso l’intera sala erano così rumorose da rendere inudibile qualsiasi parola pronunciata dagli attori sul palcoscenico, e l’atto si è concluso come una pantomima.
Il contenuto della pièce non si contraddistingue per originalità, e il procedimento non è neanche tanto innovativo. Tutto il pubblico presente in sala ha notato quel certo non so che di familiare tra L’Hotel del Libero Scambio e Il signore va a caccia. Si parla sempre di un marito o di una moglie colpevoli, e l’abilità sta tutta nel radunare nello stesso posto, durante il secondo atto, quei personaggi che non dovrebbero incontrarsi e che, fuggendo gli uni dagli altri, si imbattono, disperati, gli uni negli altri.
Ma questa tematica priva di pretese – gettata nel crogiolo di Schopenhauer non ne uscirebbe neanche una goccia di filosofia – si può diversificare all’infinito. La cosa meravigliosa, in Feydeau e Desvallières, è lo straordinario proliferare di invenzioni drammaturgiche; entrambi gli autori possiedono, in questo ambito, una singolare potenza immaginativa, e tale immaginazione è in continuo movimento. In ogni istante, trovano dei dettagli imprevisti sui quali la situazione prende un nuovo sviluppo. Un tempo, Georges Feydeau, quando ancora era un esordiente, si lasciava trasportare dalla “pazza di casa” (riferimento alla fantasia secondo una definizione di Santa Teresa d’Avila, N.d.T.), si abbandonava alla sua verve, perdeva di vista la tematica delle sue pièces e si smarriva in fantasie che finivano per stancare lo spettatore. Sembrava giocare ai propositi interrotti. Adesso, o perché ha veramente appreso il suo mestiere, o perché il suo collaboratore gli rende lo stesso servizio che un tempo l’autore Lausanne rendeva a Duvert, mantenendolo sulla retta via, Feydeau possiede un talento e una sicurezza di procedimento davvero incredibili.
Tutte le fantasie di cui la pièce abbonda, e che sembrano scaturire all’improvviso da uno scossone immaginativo, sono predisposte e convogliate da lontano; stupiscono, certo, ma non spaventano affatto, poiché avremmo potuto prevederle, e quasi ce le aspettavamo. Sono gestite da un geometra infallibile, che ne ha indicato con precisione il punto di partenza e ne ha calcolato la curva. Dal punto di vista tecnico non esiste niente di più stupefacente de L’Hotel del Libero Scambio.

Gina Lollobrigida in Hotel Paradiso

Atto primo

Il signor Paillardin è un architetto professionista. Non pensiate che questa professione gli sia stata attribuita per caso. Nella pièce non vi è un solo dettaglio, per quanto insignificante possa sembrare, che non abbia la sua ragione d’essere e che, in un momento specifico, non serva alla situazione. Il tribunale incarica Paillardin di presentare un rapporto su una camera dell’Hotel del Libero Scambio che si racconta essere abitata dai fantasmi. Il personaggio vi trascorrerà dunque una notte, per accertarsi della cosa. E la signora Paillardin che farà? Resterà sola tutta la notte? È giovane, la signora Paillardin, ed è pure vivace. Oh, beh! il signor Paillardin non se ne preoccupa affatto. Si è sposato solo per godersi il meritato riposo. Ne ha abbastanza delle donne in generale e della sua in particolare; di cui però si fida ciecamente, e che crede troppo fredda e sciocca per arrivare a tradirlo. Ma la signora Paillardin da quell’orecchio non ci sente. Ah! lui la trascura? E allora staremo a vedere: Pinglet è lì apposta.
Pinglet è l’amico di Paillardin. È sposato con una vecchia bisbetica, che lo comanda a bacchetta. Anche lui ne ha abbastanza di sua moglie; ma in quanto alle mogli degli altri, ah! se solo Paillardin non fosse suo amico! Ma come si suol dire: non c’è amicizia che tenga! è così sfortunata la povera piccola signora Paillardin, e così arrabbiata. È in collera con il marito, e bisogna assolutamente che si vendichi! Pinglet si fa dunque avanti.
La signora Pinglet andrà a trascorrere la serata e la notte a casa della sorella malata. L’occasione è propizia; Pinglet porterà la sua nuova conquista a cenare al ristorante, e poi da lì la condurrà… Dove?
In quell’istante, la domestica consegna alla vecchia e austera signora Pinglet la posta del mattino. È lei stessa a spulciarla. Tra le lettere, ne trova una che riporta la dicitura “confidenziale”. È il volantino di un hotel – L’Hotel del Libero Scambio – in cui si promettono ai clienti velocità e discrezione.
Locandina di L'Hotel du Libre Echange“Oh! e proprio a me, la signora Pinglet, spediscono questi obbrobri?”
Getta il volantino a terra. Pinglet ha letto l’indirizzo; la cameriera, su ordine della signora Pinglet, raccoglie i fogli da terra e vediamo che, dopo aver spiegato il volantino, se ne va via pensierosa.
Avete visto? la situazione si prepara; sta cuocendo a fuoco lento e intelligente, la situazione. A quel punto arriva il signor Mathieu. È un avvocato di Valenciennes, a casa del quale i Pinglet sono stati accolti durante un viaggio, e a cui hanno cortesemente detto: “Se mai dovesse passare per Parigi…”. La signora Pinglet fa una smorfia: “Sono cose che si dicono, no?”… Insomma bisogna fare buon viso a cattivo gioco. Ma… sorpresa! Mathieu balbetta in modo spaventoso. Eppure non balbettava quando i Pinglet l’hanno visto a Valenciennes, ma in quel periodo il tempo era bello; Mathieu infatti balbetta solo quando piove:
“La cosa vi creerà dei fastidi, non è vero, avvocato?”, gli chiede Pinglet.
“Sì, la cosa mi fa in… mi fa in… mi fa in…”
“Mi fa innervosire”, conclude Pinglet.
“No, la cosa mi fa inc… mi fa inc…”
“Oh!”, esclama Pinglet scandalizzato.
“No… no… mi fa incespicare la lingua”.
Forse, voi pensate che questo balbettare sia solo una fantasia da vaudevillista per rendere la scena più divertente. E se si trattasse di un vaudeville di Valabrègue avreste certamente ragione. Ma con Feydeau, potete stare certi che se Mathieu balbetta una ragione specifica c’è. E infatti lo scopriremo nel momento psicologico.
Mathieu non è venuto da solo: ha portato con sé le sue quattro figlie. Di sicuro ora direte: quattro figlie! però! però! mica stupido, l’autore: ha voluto rallegrare la pièce con quattro splendidi visetti.
Suvvia! ora ragionate come se la pièce fosse di Raoul Toché, purtroppo per voi è di Feydeau. E se Feydeau ci mostra quattro ragazzine, è perché in un punto preciso del suo vaudeville avrà assolutamente bisogno di queste quattro ragazzine. Siete avvertiti: in una pièce di Feydeau, un personaggio non può entrare in scena e posare il suo cappello su una sedia senza che io mi dica: Bene! quel cappello non è stato messo là per caso.
Ora mi interromperete dicendo che deve essere molto faticoso seguire un vaudeville in cui ogni avvenimento, anche il più futile, ha una sua importanza. Ebbene, è qui che vi sbagliate! Niente affatto. Ogni singolo dettaglio, senza che voi sappiate come, entra nella vostra mente, vi resta sepolto e torna in superficie giusto nell’istante in cui la situazione esige che ve ne ricordiate.
E il dono del vaudeville è proprio questo. Uno scrittore qualsiasi ripete tre, quattro volte un dettaglio che vuole imprimere nella vostra mente. Voi non ci fate neanche caso. Feydeau, invece, lo indica tutto in una volta, con un gesto rapido e come se niente fosse, e il gioco è fatto; non ve lo scorderete più… Come mai questo sistema funziona? La spiegazione non c’è, poiché è un dono.
La signora Pinglet fa capire al terribile balbuziente che le case di Parigi non sono dei caravanserragli. Egli sarà dunque costretto ad alloggiare in un hotel, ma quale? Eh! ma l’hotel di cui ha inavvertitamente scoperto e ricordato il nome: L’Hotel del Libero Scambio.
Il nipote dei coniugi Pinglet è un collegiale, gran babbeo, che sgobba per superare un esame di filosofia. La cameriera, la signorina Victoire, l’ha subito adocchiato e cerca di smaliziarlo; così, quando l’arcigna signora Pinglet le dice di ricondurre Maurice al liceo quella sera stessa, Victoire salta di gioia: ha già un’idea, anche lei ha letto il volantino.
La signora Pinglet non sospetta nulla di queste atrocità e, prima di andarsene, chiude a doppia mandata il marito lasciandolo in tête à tête con una fettina di filetto fredda e una bottiglia di vino. A quel punto se ne va con il cuore in pace. Appena uscita, Pinglet si organizza per scappare: aggancia alla finestra una scala di corda e fugge.

Scene dal film Hotel Paradiso

Atto secondo

Nel secondo atto, siamo all’Hotel del Libero Scambio. La scena, molto complessa, rappresenta il pianerottolo di un hotel ammobiliato. In fondo, la scala che scende verso il portone d’ingresso e che conduce ai piani superiori. A sinistra, una camera da letto; a destra, una camera ampia (quella abitata dai fantasmi) dove un tempo dormivano tutti i domestici della casa, il che significa che ne era stato fatto un dormitorio. I domestici sono poi fuggiti per colpa dei fantasmi; ora è vuota e i cinque letti sono rimasti inoccupati. Altre camere si affacciano, a mezza costa, sulla scala che porta ai piani superiori.
All’alzarsi del sipario, uno dei due garzoni (Ce ne devono essere due e presto scoprirete il perché. Oh! niente inutilità in una pièce di Feydeau!) sbatte fuori un affittuario dell’hotel che non ha pagato la retta settimanale. L’affittuario, furibondo, gli urla che è un’infamia, che in quell’hotel ne succedono delle belle e che avviserà la polizia. State tranquilli! se parla della polizia è perché ben preso ci sarà bisogno del commissario. Niente inutilità, come vi ho già detto, niente inutilità!
Pinglet arriva assieme alla signora Paillardin; lui, fresco dell’ottima cena che ha appena fatto, lei, tutta tremante. Viene loro assegnata la camera a sinistra. Oh! la bella, splendida scena tipicamente vaudevillesca! Il povero Pinglet è un po’ stordito dal vino che ha bevuto e la novità della situazione gli scombussola lo stomaco:
“Mi sento male”, sospira, “mi sento male”.
E poiché la signora Paillardin si offre di preparargli un tè:
“Mi sento male”, grida, “e mia moglie non è qui”.
Esce, e sale le scale quattro a quattro.
“Che nottata! che nottata!”, si mette a dire la signora Paillardin.
E nel frattempo, Victoire e il collegiale vengono fatti accomodare nella camera a mezza costa, da cui è stato cacciato l’affittuario insolvente. Nella camera a destra, la storia è completamente diversa. Uno dei due garzoni vi ha sistemato il signor Paillardin, l’architetto professionista, che si è coricato nel letto in fondo senza neanche togliersi i vestiti, esclamando, con un sorriso scettico:
“Adesso vedremo se i fantasmi verranno a svegliarmi”.
Chiude le tende e si addormenta.
Mathieu, intanto, che ha smesso di balbettare, arriva accompagnato dalle quattro figlie. Non sanno dove sistemarlo: tutte le camere sono occupate. Il secondo garzone in servizio, non sapendo che la camera abitata dai fantasmi è già stata assegnata all’architetto, la propone a Mathieu. Ci sono due gabinetti da toeletta, dove il padre e le figlie potranno spogliarsi separatamente.
Locandina del film Hotel ParadisoLe quattro figlie si precipitano ridendo nel loro gabinetto. Le vediamo ricomparire poco dopo in camicia da notte. Si sistemano ognuna nel proprio letto e si tolgono le calze cicalando, poi, prima di coricarsi, pensano di arricciarsi i capelli. Ognuna di loro alimenta un fornello a spirito di vino e, battendo le mani, divertendosi per la situazione, cantano scherzosamente: “Monache che riposate sotto questa fredda pietra” (Feydeau fa qui riferimento alla scena dell’evocazione degli spiriti delle monache morte della Grand-opéra in cinque atti Robert le Diable, rappresentata per la prima volta al Teatro dell’Opéra di Parigi il 21 novembre 1831, scritta da Giacomo Meyerbeer (1791-1864) su libretto di Eugène Scribe e Germaine Delavigne. N.d.T.).
L’architetto si sveglia, apre le tende, e lancia un grido di terrore: gli spiriti! “Un uomo!”, gridano a loro volta le ragazzine. Mathieu si precipita dal suo gabinetto da toeletta; l’architetto si dà alla fuga spaventato; nell’istante in cui esce, vede che la porta di fronte è aperta (è la porta della camera in cui sua moglie si sta occupando di Pinglet) e si lancia al suo interno. Pinglet si rifugia nel caminetto; la signora Paillardin si avvolge in un velo e si accartoccia. “Un fantasma!”, grida l’architetto che l’ha presa tra le braccia. In quell’istante, Pinglet, nero di fuliggine, spunta dal caminetto. “Il diavolo!”.
All’udire quei rumori, Victoire e il suo collegiale escono dalla loro camera. Il caos è inesprimibile, finché un garzone accorre spaventato: “La polizia! la polizia!”. La polizia, infatti, sta salendo.
Ah, mio Dio! ci sono stati quei dieci minuti in cui avrei sfidato chiunque a capire quanto stava accadendo. Il pubblico impazziva dalle risate, e non si è mai vista una sala così in visibilio. Comunque, la calma si è parzialmente ristabilita. Il commissario interroga coloro che ha catturato durante la retata. E ovviamente rilascia l’architetto professionista. Ma Pinglet e la signora Paillardin vengono interrogati separatamente; entrambi hanno l’idea di sostenere di essere marito e moglie:
“Sono la signora Pinglet”, afferma la signora Paillardin, credendo che Pinglet abbia fornito il suo vero cognome.
Ma Pinglet, che ha ben pensato di ricorrere allo stesso artificio, ha dichiarato di chiamarsi Paillardin.
“Ne ero certo”, sussurra il commissario, “non sono sposati. Forza! rechiamoci tutti sul posto!”. E l’atto si conclude con un incredibile baccano.
È impossibile raccontare il movimento così fantasioso e allo stesso tempo così matematico che percorre l’intero atto. Le porte che si aprono a ogni istante su persone che si riconoscono e che, nel tentativo di giustificare la loro presenza, si imbarcano in spiegazioni di impensabile comicità. Non si ha nemmeno il tempo di riprendere fiato tanti sono i colpi di scena che si succedono rapidamente; e non ce n’è uno che non trovi corretta giustificazione, che non si possa riconoscere come ammissibile, mettendoci la dovuta condiscendenza che è di rigore in questo tipo di convenzioni; e poi quella frase che ritorna di continuo come un esilarante ritornello: “Che nottata! Mio Dio, che nottata!”.

Atto terzo

Il terzo atto è ambientato a casa di Pinglet.
Pinglet, che era scappato di casa attraverso la finestra, vi fa ritorno facendo il percorso inverso. Nella confusione, ha infatti perso il cappotto con dentro le chiavi. Fortunatamente, sua moglie non è rientrata. Attraverso quale capovolgimento l’astuto Pinglet riuscirà a far credere al commissario, venuto a condurre l’inchiesta, che la signora Pinglet ha dormito all’Hotel del Libero Scambio dimenticando i suoi doveri coniugali con Paillardin non ve lo racconto perché sarebbe troppo lungo da spiegare. Vi basti sapere che la faccenda si ingarbuglia ulteriormente. Solo un uomo potrebbe chiarirvi la questione, perché lui ha visto tutto, in quella notte memorabile: Mathieu.
Quando il personaggio fa il suo ingresso, – al diavolo l’importuno! –, Pinglet, che credeva di averla scampata, trema di paura. Quel diavolo d’un avvocato finirà per scoprire gli altarini perché parla con deplorevole facilità. Ah! se potesse scoppiare un buon temporale! E per l’appunto, inizia a tuonare, con successivo spaventoso acquazzone. Mathieu vuole parlare, ma tutti concludono i suoi discorsi, e lo fanno nel modo sbagliato. Con un gesto esasperato indica colui che egli accusa, e tutti protestano.
“Non riesce a parlare”, insinua il commissario con fare benevolo, “Ma sa scrivere, che scriva allora!”.
Lo conducono a un banco. Mentre è intento a scrivere, la spiegazione continua. È il collegiale che si assume la responsabilità di quest’ultima, e ogni volta che il balbuziente passa un foglio al commissario, Pinglet lo intercetta e lo strappa: “Visto che tutto è spiegato!”, esclama.
Il balbuziente protesta con rabbia, ma il nubifragio è al massimo della sua violenza, la pioggia cade a dirotto, e dalle sue labbra escono solo mozziconi di parole incomprensibili.
Non vi descriverò il pubblico: era distrutto, morto dalle risate, non ce la faceva più. Va da sé che questo riso lascia il tempo che trova; a una risata senza futuro preferisco le emozioni della grande poesia di un dramma storico o le riflessioni suscitate da una commedia di costume. Ma in fondo, siamo al Teatro delle Nouveauté e non ci vuole nulla, come diceva Molière, a scatenare il riso della gente perbene! È davvero così facile? Sarei proprio curioso di vederli, coloro che considerano queste allegre follie collettive semplici sciocchezze e burle di cattivo gusto.