L’età dell’oro di Georges Feydeau: una féerie a partire da un romanzo di Dumas

Il presente articolo è apparso sul quotidiano Le Temps datato 08 maggio 1905. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

L'età dell'oro - locandinaSono rientrato da Londra in tutta fretta per assistere, a Parigi, alle più recenti novità teatrali.

Il teatro delle Variété ha allestito una féerie (vedere Nota) di Georges Feydeau e Maurice Desvallières. Un genere teatrale, quello della féerie, che comporta innumerevoli difficoltà, soprattutto quando si parte dall’idea di svecchiarlo e allontanarsi dai sentieri battuti. L’idea de L’età dell’oro è spiritosa. Non è difficile incontrare, in giro per il mondo, delle persone completamente insoddisfatte del loro destino; la loro unica consolazione è maledire il secolo in cui gli è capitato di vivere. “Che brutti tempi, i nostri!”, esclamano, “Se almeno fossi nato prima!”.

Provate un po’ ad avverare questo desiderio addormentando, con un colpo di bacchetta magica, l’imprudente che si è permesso di esprimerlo. Speditelo nel passato e poi resuscitatelo nel futuro. Capirà l’insensatezza delle sue lamentele e scoprirà che la felicità non si trova in nessuna epoca specifica.

Questa è l’avventura vissuta da Follentin, esecrabile impiegatuccio, misantropo, indocile, perennemente lamentoso, scontento degli altri e di se stesso, esperto nell’arte di essere egli stesso causa della propria sventura, tiranno con la moglie Caroline e la figlia Marthe, che hanno il difetto di amarlo. Follentin, dall’alba al tramonto, non sbollisce mai la rabbia: impreca contro i suoi superiori, contro i colleghi a cui sono stati assegnati gli avanzamenti di carriera a cui lui aspirava, contro i passanti che incrocia per strada, contro la pioggia e il sole, contro il suo locatore e il suo portiere, contro l’impiegato di banca che gli presenta una cambiale, contro il parente che gli lascia in eredità una fortuna; insomma, si impegna al massimo per ricavare, da ogni avvenimento, la maggiore amarezza possibile. Dopo un’ultima scenata coniugale, e un’ultima esplosione di nervi, finalmente il personaggio va a coricarsi. La dolce Marthe inizia a leggergli un capitolo de La Regina Margot di Dumas, e così Follentin si addormenta mormorando: “Ecco il regno dove avrei dovuto trascorrere la mia vita. Eccola l’età dell’oro…”.

L'età dell'oro - bozzetto di scena

Cala il sipario. Quando si rialza, siamo all’albergo della Belle-Etoile, a due passi dal Louvre, e sentiamo suonare le campane di San Bartolomeo. I diversi quadri dell’opera saranno composti dai sogni di Follentin. Lo vediamo andarsene in giro – proprio lui, uomo moderno – con indosso un bizzarro sacco che gli fa da cappotto, con un tubo della stufa come cappello e accompagnato dalla moglie e dalla figlia in mezzo alle calzamaglia e ai cappelli con la piuma della corte di Carlo IX oppure, duecento anni dopo, lungo i viali del parco di Versailles. Ormai avete capito come funziona la pièce. Direi che il procedimento è un po’ puerile e non è esente da alcuni momenti di noia: Follentin che rifila una stoccata al re di Navarra, o Follentin che offre a Luigi XV un sigaro e una scatola di fiammiferi con il marchio dei monopoli di Stato, o ancora Follentin trasportato nel 3000 per diventare, a sua volta, l’uomo retrogrado dei secoli passati – la situazione è sempre la stessa, gli effetti scaturiscono dal medesimo tipo di contrasto e così, attraverso la ripetitività, si attenuano. Com’è possibile che due autori dotati di tanta arguzia, e un direttore dalla vivace intelligenza teatrale, non si siano resi conto di questo grave inconveniente? Per risollevare le sorti della pièce ci voleva più fantasia, un’immaginazione più pungente e forse anche più “poetica” di quella dimostrata da Georges Feydeau e Maurice Desvallières, che si trovano a loro agio soprattutto nella commedia leggera. La parte migliore della loro opera è l’atto primo, perché è un atto vaudevillesco. Gli altri atti sono eccessivamente sfarzosi sia per quanto riguarda le scenografie, che i costumi, che le apoteosi; sul palcoscenico si alternano belle ragazze, lussuosamente vestite o elegantemente svestite, ed è questa la vera gioia della serata. Forse che il paradiso di Maometto è l’autentica “età dell’oro”.

L'età dell'oro - una scena

Comunque, va detto che la troupe del teatro delle Variété si impegna con brio alla riuscita dell’opera: Brasseur, che riesce a reggere con leggerezza il peso di un ruolo molto pesante e, malgrado la sua importanza, abbastanza ingrato; Eve Lavallière, Anna Tariol-Baugé e Jeanne Saulier – nel ruolo di una vivace Contessa Du Barry – Paul Fugère – un Luigi XV panciuto e davvero inaspettato – e la sempre gradevole Marie Magnier. In conclusione, se la pièce ci ha un po’ deluso, i nostri occhi sono rimasti estasiati dallo spettacolo… e non è poco.

Note:

[1] Féerie: pièce che si fonda su effetti di magia, di meraviglioso e di spettacolare, facendo intervenire personaggi immaginari dotati di poteri soprannaturali (fate, demoni, elementi naturali, creature mitologiche ecc…). Dizionario del teatro Patrice Pavis, a cura di Paolo Bosisio, Zanichelli editore, Bologna 1998, p. 173.

Sarto per signora: il debutto di Georges Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 20 dicembre 1886. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Sarto per signora (1)Ecco un’altra bella settimana, di quelle che meriterebbero di essere annotate sul calendario. Ricorderete, forse, con quanto gioioso trasporto, circa due mesi fa, ho accolto la prima di Femmes collantes (Donne appiccicose) al Teatro Déjazet, e l’ascesa di un nuovo autore, Léon Gandillot, giovane e fino alla sera prima ancora sconosciuto. Le Donne appiccicose continuano ancora adesso la loro sfavillante carriera, avendo da poco superato la sessantesima replica, e gli incassi hanno già raggiunto livelli astronomici. Tutta Parigi andrà a vederla. Adesso Léon Gandillot può presentarsi da qualsiasi direttore teatrale con un manoscritto sottobraccio: nessuna strada gli sarà preclusa e il temibile portiere lo saluterà inchinandosi fino al pavimento. Mi è stato perfino riferito che alcuni direttori hanno giocato d’anticipo scrivendo di proprio pugno al fortunato autore di Donne appiccicose. Nessuno di loro vuole essere ricordato per aver rifiutato la pièce di Gandillot… “Ah! Se almeno fosse venuto a offrirmela!”… E invece no, sembra che Gandillot sia stato immediatamente sedotto dallo splendore di cui riluceva il Teatro Déjazet. Aveva scelto il Déjazet fin da subito; degli altri non aveva voluto saperne.

Il debutto a cui ho assistito questa settimana al Teatro della Renaissance non è stato meno brillante di quello di Gandillot; anzi, prevedo che avrà lo stesso tipo di impatto nell’ambiente teatrale. Georges Feydeau ha appena messo in scena, sotto la direzione di Fernand Samuel, una commedia-vaudeville in tre atti, Sarto per signora, il cui successo è stato a dir poco eclatante.

Georges Feydeau è figlio di Ernest Feydeau, le cui opere sono quasi tutte finite nel dimenticatoio, ma gli uomini della mia età ricorderanno senz’altro l’incredibile fama raggiunta da Fanny durante i primi giorni dell’Impero. Dopo questo romanzo, Ernest Feydeau ha pubblicato numerose opere, tutte lette con grande curiosità, ma non è mai più riuscito a replicare il successo precedente ed è morto con la stessa “etichetta”, quella di autore di Fanny, che aveva contraddistinto il suo debutto.

Il figlio Georges Feydeau, fin dalla sua uscita dal liceo, ha dimostrato un gusto tutto particolare per il teatro. Innanzitutto si è messo alla prova scrivendo alcuni monologhi o scenette, rappresentati regolarmente presso i circoli visto che egli è molto conosciuto nell’ambiente parigino. Anche a me era capitato di assistere a uno di questi spettacolini, e devo dire di essere rimasto molto colpito dalla straordinaria vivacità dei dialoghi. Una volta gli ho anche fatto i miei più sinceri complimenti, invitandolo ad applicare un simile talento di composizione teatrale a soggetti meno stravaganti di quelli che lo avevano condotto fin là.

Sarto per signora (2)Così, alcuni mesi fa, è venuto a leggerci Sarto per signora. Dico “leggerci” perché non ero il solo membro del comitato di lettura. Il suo vaudeville ci è parso subito di strabiliante gaiezza, ma non mi rendevo bene conto di quale sarebbe stato l’effetto sulla scena. Conteneva talmente tanti quiproquo, che si susseguivano a catena, da farmi temere una reazione un po’ fiacca e confusa da parte del pubblico. I dialoghi, però, erano così piacevoli, con quella comicità che scaturiva da ogni dove generando stupore, come un fuoco di fila di battute divertenti, che non ho minimamente esitato a declinare, a suo vantaggio, da quella regola di prudenza che mi sono severamente imposto. Contrariamente alle mie abitudini, ho raccomandato la pièce ai direttori teatrali presso i quali, pensavo, avrebbe potuto essere rappresentata.

Immagino non ci sia bisogno di specificare che tale raccomandazione non è servita a nulla, o a quasi nulla. I grammatici sostengono che ogni locuzione ha un significato specifico; la mia raccomandazione è stata inutile in tutti i significati del termine. Sono state sollevate alcune obiezioni su Sarto per signora, ma del resto al giorno d’oggi si obietta un po’ su tutto. Era ovvio che la pièce aveva bisogno di qualche messa a punto, ma è quello che generalmente avviene durante le prove, quindi è come se il testo si assestasse da solo.

Georges Feydeau ha avuto infine la fortuna di intendersi con Fernand Samuel. Il lato positivo di Samuel è il suo coraggio di osare. All’interno del suo teatro, egli ha saputo costituire una delle migliori troupe di vaudeville presenti sul territorio parigino; una troupe disposta a difendere le opere che le vengono affidate. Samuel è alla costante ricerca di nuove pièces e di autori giovani. Con artisti così ben rodati come i suoi, le prove marciano speditamente; in tre settimane l’allestimento è pronto, e se l’opera non ottiene il successo sperato si passa immediatamente alla prossima. Il teatro è gestito alla perfezione.

Fernand Samuel ha dunque offerto al giovane Feydeau l’ospitalità del suo teatro, e la sua audacia è stata ben ripagata. L’intera serata si è rivelata fonte di inesauribile stupore.

Il primo spettacolo in programma era la ripresa di uno dei più divertenti vaudeville in un atto di Labiche, Le choix d’un gendre (La scelta di un genero), mirabilmente interpretato da Delannoy e da Raymond, con la più che gradevole partecipazione di Régnard e della signorina Mignon. Il pubblico aveva riso davvero molto, e sentivo intorno a me la gente esclamare: “Lo spettacolo è male assortito! Davide ucciderà Golia! Volenti o nolenti tutti faranno un paragone tra la comicità ampia, scattante e sincera di Labiche e quella che uno si può aspettare da un giovane debuttante. È evidente che la prima metterà in cattiva luce la seconda”.

Sarto per signora (3)Le infauste previsioni erano comunque abbastanza ragionevoli, e confesserò che anch’io ero pervaso da un senso di inquietudine. Tuttavia, mi sentivo rassicurato dal fatto che a Parigi, salvo eccezioni (e le eccezioni di questo tipo sono molto rare), il pubblico è estremamente indulgente verso l’opera prima di un giovane debuttante. Di solito basta una singola scena, o anche una singola battuta, che riveli la mano di un autore drammatico perché gli spettatori si entusiasmino. E il pubblico presente alla prima di Sarto per signora non ci ha messo molto a entusiasmarsi.

Non posso, e non voglio, raccontarvi l’intera trama della pièce. L’intrigo è talmente complesso che sarebbe impossibile fornirvene un’analisi chiara e interessante. Mi limiterò a riassumere l’idea di partenza.

Un giovane sposo, tale Moulineaux, ha tradito la moglie o ha, quanto meno, imboccato la strada della perdizione. Questo perché, oltre a corteggiare una donna sposata, ha un ragionevole motivo per spaventarsi: una notte egli ha dormito fuori casa, sua moglie se ne è accorta ed è andata a piangere tra le braccia della madre, la terribile signora d’Aigreville. Moulineaux fa il medico, professione che offre insolite opportunità di ricevere le mogli altrui, ma, poiché l’uomo ha paura della sua, pensa bene di affittare un appartamentino ammobiliato un tempo occupato da una celebre sarta. Ed è proprio in quel posto che egli decide di dare appuntamento alla sua bella.

Appena entrato, Moulineaux si accorge che la serratura è stata forzata, ma non dà molta importanza alla cosa. Sistema una sedia contro la porta, per impedire a chiunque di entrarvi senza il suo permesso, ed eccolo impegnato a conversare con la deliziosa Suzanne Aubin. Il marito dell’affascinante fanciulla ha una piccola mania: quella di accompagnare la moglie ovunque. La giovane sale sempre da sola ai piani per fare le sue visite od occuparsi dei propri affari, mentre lui resta ad attenderla in carrozza.

Questa confessione raffredda i bollenti spiriti di Moulineaux. “Oh, non c’è nulla da temere!”, gli dice la donna, “gli ho raccontato che andavo dalla mia sarta”.

In quell’istante, la porta si apre facendo cadere la sedia. È il signor Aubin che, entrando e vedendo Moulineaux ai piedi della moglie, esclama: “Ah, le state prendendo le misure! Continuate, continuate pure!”. Ed ecco Moulineaux trasformato in sarto per signora.

Le ex clienti della sarta, che sono all’oscuro del trasloco, arrivano a frotte e così il pubblico assiste a un susseguirsi di scene incredibilmente divertenti. Gli eventi prendono una piega ben peggiore quando giunge la signora d’Aigreville, alla ricerca di un appartamento da affittare, e sorprende il genero in dolce compagnia. Lo sventurato è quindi costretto a sostenere la doppia parte di sarto per signora e di medico. Moulineaux presenta Suzanne Aubin alla signora d’Aigreville: “Suzanne Aubin!”, esclama quest’ultima, “Ho sentito molto parlare di voi. E i signori dove sono?”. “Quali signori?”, chiede Suzanne. E voltandosi verso Bassinet, un vecchio dandy che si crede ancora giovane, la signora d’Aigreville gli dice con un gradevole sorriso: “Siete voi uno dei vecchi bacucchi?…” Il genero se ne sbarazza facendola passare in un’altra stanza con una scusa qualsiasi, ma siccome il terribile signor Aubin gli chiede chi è quella donna, il poveretto, esasperato, si ritrova a dovergli rispondere: “La regina della Groenlandia! Le sto prendendo le misure per l’abito che indosserà il giorno dell’incoronazione”.

La signora d’Aigreville esce e Aubin le grida: “Che aspetto nobile!”, e la saluta inchinandosi fino al pavimento e dandole dell’altezza reale. “Mi trova maestosa!”, sussurra la signora, e da questo punto in poi si susseguono una serie di discorsi sconnessi inenarrabili.

Sarto per signora (4)

Probabilmente, raccontata sulla carta, la storia sembra un po’ insipida, ma vi assicuro che sul palcoscenico è deliziosamente fanciullesca. Utilizzo il termine fanciullesca di bell’apposta, poiché non esiste modo migliore per definire questo genere di umorismo: Georges Feydeau possiede tutta la verve allegra e indiavolata della giovinezza. Le parole gli escono un po’ per caso, e non sono né particolarmente profonde né tanto meno spirituali, ma indubbiamente sono sempre spiritose. È capitato che, assistendo alla sua pièce, i bambini e le giovani fanciulle ridessero inconsapevolmente perché da essa trasborda un’allegria totale. La risata di Georges Feydeau assomiglia in tutto e per tutto alla sua persona. È qualcosa di insondabile e di delizioso.

Un’altra caratteristica di Feydeau che apprezzo ancora di più della precedente, è la prodigiosa destrezza, nonché l’incredibile agilità, con cui passa da un quiproquo all’altro trovando il dettaglio o la battuta giusta che lo renderà accettabile agli occhi del pubblico.

Ogni personaggio della pièce viene continuamente scambiato per un altro; questo determina un’incessante carambola di equivoci, eseguiti con impareggiabile brio, che la mente riesce a seguire senza andare in confusione. È da questo che si riconosce lo spirito drammaturgico, e Georges Feydeau indubbiamente lo possiede. A tutto ciò, aggiungete il fatto che Sarto per signora è un vaudeville con un pizzico di commedia. Il personaggio di Bassinet, infatti, come indicato dal nome stesso, è uno di quei fastidiosi scocciatori di cui è impossibile liberarsi una volta che vi hanno accalappiato. La gente del popolo è solita chiamare persone del genere con l’appellativo bassinoire (scaldaletto), probabilmente in riferimento allo scaldaletto che ognuno di noi ha l’abitudine di spostare in continuazione. È lui ad affittare a Moulineaux l’appartamentino della sarta e, una volta piazzatosi in salotto, il protagonista non ha più modo di liberarsene: si intromette nei discorsi, prende la parola e se la tiene, e alla fin fine risulta più insopportabile di quel tal cialtron di cui racconta Orazio (riferimento alla favola L’aquila e la gazza, contenuta nel libro decimosecondo delle favole di La Fontaine, riferita a sua volta a un oratore citato da Orazio nelle Epistole, N.d.T.) e di un personaggio di Jean-François Régnard (1655-1709, scrittore e drammaturgo francese, N.d.T.).

Bassinet ha una storia da raccontare: quella della sarta che ha lasciato l’appartamento; vuole dirla a Moulineaux, che però passa la “palla” alla moglie, che a sua volta lo scarica per Aubin; così, ogni volta che riprende la sua antifona: “c’era una sarta…” in platea tutti scoppiano a ridere. Bassinet finisce per imbattersi nel domestico, che lo pianta lì su due piedi lasciandolo solo soletto. A questo punto, si avvicina alla ribalta e dice al pubblico: “allora la storia la racconto a voi. C’era una sarta…” E cala il sipario senza che la gente abbia sentito la storia della sarta.

Sarto per signora (5)

Questo personaggio da commedia gioca un ruolo molto importante all’interno della pièce a cui si riallaccia con grande maestria. A interpretarlo sulla scena è Saint-Germain, che lo impersona con un’accuratezza singolare. Saint-Germain assume un’impareggiabile espressione da uomo soddisfatto di se stesso che ride per primo di qualsiasi cosa dica. Basta solo vederlo, e il pubblico intuisce immediatamente perché tutti rifuggono questo insopportabile chiacchierone. Si può quindi affermare che questo ruolo da commedia si è felicemente imbattuto in un eminente attore, tra l’altro uno dei migliori dicitori della nostra epoca.

Galipaux interpreta Moulineaux con un’allegra verve, anzi con una foga, a dir poco strepitosa. Nel terzo atto, ha degli impeti di collera nei confronti della suocera irresistibilmente divertenti. Bellot, nel ruolo di Aubin, è di una comicità alquanto pesante. Gildès, una nuova leva, interpreta in modo vivace e spontaneo la parte del domestico. Mi sembra che il ragazzo possieda un grande talento.

Mi dispiace dover ammettere che l’interpretazione dei ruoli femminili è meno brillante. Aubrys è una del mestiere che sa il fatto suo, ma manca di fantasia. La signorina Boulanger, invece, è molto piacevole a vedersi, mentre le interpreti che la affiancano fanno quanto gli è possibile. Tuttavia non smetterò di pormi una domanda: com’è possibile che tante giovani aspirino a diventare attrici – e vi ricordo che per dodici posti all’Accademia Teatrale si sono presentate centoventidue candidate – e che a teatro non si riesca più a trovare una fanciulla in grado di recitare decentemente venti righe? Fortunatamente, nella pièce di Feydeau, i ruoli femminili non sono quelli di maggiore spicco.

Vi esorto caldamente ad andare a vederla perché vi farà trascorrere una piacevolissima serata.

Léonie è in anticipo – articolo di critica teatrale del 1911

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 18 dicembre 1911. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Locandina di Léonie è in anticipoLa farsa di Georges Feydeau, Léonie è in anticipo, non raggiunge la molièresca plenitudine di Purghiamo il bimbo, ma se ne avvicina parecchio. Verso la fine, la pièce langue; secondo noi ci guadagnerebbe se fosse un po’ più breve ma i primi trenta minuti sono ineffabili.

Léonie Toudoux soffre dei tipici dolori della maternità; se ne sta distesa in salotto a lamentarsi, trascinandosi dietro lo sventurato marito vanamente sollecitato a compiacerla. Léonie si sfoga maltrattandolo, e manifesta dei capricci a dir poco sbalorditivi dimostrando una tirannia spaventosa. Impedisce a Toudoux di cenare, poi lo rispedisce a tavola, poi lo richiama, poi lo caccia con la scusa che egli ha mangiato formaggio e che l’odore terribile dell’alimento la appesta. Pretende che il marito indossi un vaso da notte a mo’ di cappello, e Toudoux tenta invano di recalcitrare ma intuisce che la sua tremenda mogliettina l’avrà sempre vinta; quindi tace, si rassegna, obbedisce, sconfitto, docile, annientato, angelico… e la cosa non può che suscitare una leggera risata. Ma visto sul palcoscenico, tutto questo acquisisce uno spessore sorprendente. È la vita, accuratamente osservata al microscopio e ampiamente riprodotta a colpi di pennello con una perfezione e una crudezza impareggiabili.

Locandina di Léonie è in anticipo (1)La figura della levatrice, la signora Virtuel, maniaca, vanitosa e rimbambita, è davvero divertente. Tuttavia, in questo passaggio della pièce, Feydeau va sopra le righe, calca troppo la mano, forza gli effetti e, a volte, manca il bersaglio. Sicché, il testo perde di efficacia. Appena il pubblico intuisce che le cose non gli vengono più raccontate nel modo giusto; appena non riesce più a comprovare la veridicità dei fatti sulla base della propria esperienza, o del proprio ricordo, smette di ridere. L’essenza della comicità classica, della comicità di alto livello, è la verità… Insomma, Feydeau va oltre misura, e cade nello stesso errore di Henri Monnier (celebre drammaturgo e attore teatrale francese che lavorò anche come disegnatore e caricaturista. N.d.T.) che allungava troppo i suoi meravigliosi dialoghi… Cinque o sei sforbiciate e il testo sarebbe un capolavoro…

Gli interpreti Daynes-Grassot, Rosni-Derys, Suzanne Avril, Marcel Simon e Colombey danno prova di grazia, umorismo e grande verve.

Passa la mano – articolo di critica teatrale del 1904

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 7 marzo 1904. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Passa la mano (locandina)Passa la mano, un bel titolo per una commedia circolare che ha avuto un notevole successo al Teatro delle Nouveautés. Nella pièce di Georges Feydeau, la mano in questione non è quella di un giocatore bensì del marito. L’autore ha saputo utilizzare in modo ingegnoso questa espressione relativa al gioco d’azzardo, adeguandola al gioco amoroso.

Immagino sappiate che un giocatore, appena intuisce che la sua fortuna si sta esaurendo, può passare la mano a uno dei suoi vicini, consentendo così il prosieguo della partita. Perché la stessa cosa non dovrebbe funzionare in ambito matrimoniale? Con la sola differenza che il coniuge approverebbe un simile passaggio non nel momento di un calo di fortuna, ma nell’istante del suo incremento. Meglio ritirarsi vittoriosi senza concedere la rivincita, che uscire sconfitti da una seconda partita.

Georges Feydeau ha dato dunque la sua personale interpretazione di questa massima popolare. I quattro atti della pièce offrono allo spettatore una curiosa combinazione di elementi e movimenti scenici. Questa volta i quiproquo non c’entrano nulla, e nemmeno gli inseguimenti sfrenati e sbalorditivi; al loro posto una briosa immaginazione, carica di vivacità e di imprevisti, destinata ben presto a placarsi – fin troppo presto, a mio avviso – secondo lo stile posato di una commedia, sorprendentemente intercalata da scene di piccante marivaudage.

Se dovessi raccontarla per immagini, Passa la mano sarebbe rappresentata da due incisioni inglesi di un umorismo indiavolato, modern-style, accompagnate da un ritratto di famiglia, abbastanza sentimentale – due quadri di Jean-Baptiste Greuze ritoccati dal caricaturista Adolphe-Léon Willette, con aforismi di un La Rochefoucauld di Chez Maxim. “Che peccato che una donna onesta non possa avere un amante senza tradire il marito”. A salvare questo susseguirsi di vicende dalla multiformità è lo stile personale di Georges Feydeau. Il suo spirito e la sua verve conferiscono alla pièce una certa unità di scrittura e una familiarità con le sue opere migliori. Nel primo atto ritroviamo il fonografo, il cui uso è stato recentemente introdotto nel genere vaudeville, e la bombetta dei nostri padri. L’autore, tuttavia, si serve del primo servendoci il secondo alla Feydeau. Il secondo atto – che basterebbe, da solo, a giustificare il tutto esaurito al Teatro delle Nouveautés – è quasi interamente caratterizzato dalla presenza di un ubriaco, i cui monologhi a zig-zag valgono il miglior Courteline. Non avevo la minima idea di quanto un alcolizzato, di quelli buoni, potesse riempire una stanza: o ci mettete l’ubriaco o la occupate nella sua interezza.

foto di scena (1)

Il sipario si alza su un interno borghese altolocato. Chanal, il padrone di casa, è faccia a faccia con la tromba di un fonografo, a cui affida i suoi massimi consigli fraterni affinché lo strumento li ripeta alla sorella che, oltreoceano, è in procinto di sposarsi. D’improvviso, viene interrotto dalla moglie e dal domestico che gli impediscono di concludere il discorso. Chanal si ferma. Come giustamente immaginerete il cilindro ha ben altre parole da registrare. È proprio da lui, infatti, che scaturirà la pièce. Deus ex machina. Idea fruttuosa!

Nell’appartamento si presenta un signore distinto, venuto per affittare il mezzanino situato nello stesso edificio di proprietà di Chanal, che abita al primo piano.

– A quanto ammonta l’affitto?

– Tremilaottocento.

– Facciamo quattromila – ribatte l’ospite.

Chanal si stupisce, e allora il nuovo arrivato spiega: “Quattromila franchi è una cifra tonda. Così è più facile calcolare la rata dell’affitto”, al che Chanal si offre di farsi carico delle riparazioni, ma il nuovo arrivato è irremovibile: “Me ne occuperò io stesso”. Questo inverosimile affittuario si chiama Massenay, e quindi tutti gli pongono sempre l’inevitabile domanda: “Siete parente del musicista?”. No, si tratta solo di un caso di omonimia. Chiacchierando tra loro, Chanal e quest’ultimo scoprono di essere condiscepoli. Certo che questo Chanal ha proprio tutte le fortune. In un colpo solo ha trovato un inquilino e un amico. Il protagonista presenta subito sua moglie al signor Massenay, e li lascia soli per andare a redigere il contratto di locazione. Appena uscito, i due si gettano l’uno tra le braccia dell’altra, e Massenay esclama: “La sai una cosa, tesoro, ho fatto come mi hai detto: ho affittato l’appartamento che si trova in questo stesso edificio. Così, non c’è più bisogno che ti disturbi, e non serve che tu vada in rue du Colisée 21, per incontrarti con me”. “Era anche ora”, risponde lei, “Tale Signor Hubertin, che frequenta questa casa e abita in rue du Colisée 21, asseriva di avermi incontrata spesso sulle scale dell’edificio”.

foto di scena (2)

Il Signor Hubertin, esperto di grossi affari, ha contratto in America la spiacevole abitudine di inebriarsi di whisky già dalle cinque del pomeriggio. Il suo stomaco, ormai americano naturalizzato, sopporta benissimo la bevanda, ma la sua testa è rimasta francese, e vaneggia a tutto spiano.

Un altro personaggio, che viene introdotto nel primo atto, è Coustouillu: deputato eloquente e capogruppo, soffre di una di quelle curiose malattie tipiche della “clinica Feydeau”. Appena si innamora di una donna, non solo diventa molto timido in sua presenza – cosa peraltro normalissima – ma perde quasi completamente l’uso della favella. Lui, di solito così loquace ed espansivo, inizia improvvisamente a balbettare in modo spaventoso. Alla vista della Signora Chanal, Coustouillu non riesce dunque a spiccicare parola. E la nostra attenzione si focalizza quindi sui suoi sentimenti.

Quando finalmente Chanal ha l’occasione di tirare un po’ il fiato, e si rimette ad ascoltare le confessioni interrotte da lui fatte al fonografo, prima sente il suo stesso discorso, poi alcune parole che lo mettono sul chi vive. Chanal riconosce subito la voce della moglie intenta a dare appuntamento ad un uomo, che egli scambia per Coustouillu, in rue du Colisée 21.

Una stanza immersa nella semi-oscurità. Nel grande letto, si distinguono due figure umane, una coppia. D’improvviso, l’uomo si mette seduto, come se avesse visto un dirigibile piombargli addosso, e lancia un urlo. La donna si sveglia su questa “musica” di Massenay. Sì, lo abbiamo proprio riconosciuto, e lei è ovviamente la Signora Chanal. Dopo l’andante del risveglio, un elogio riconoscente ed egoista del sonno a due, Massenay controlla l’orologio e salta su come una tigre. “Accidenti! Sono le sei”. Le sei del mattino. Si sono addormentati. “Adesso sì che sono a posto. Cosa dirà mio marito?”. “E mia moglie, allora?”. “Cosa? Siete sposato? Perché non me l’avete detto?”. Iniziano a litigare e nel frattempo si avviano verso il bagno. Appena usciti, si sente un cigolio: la porta della stanza si apre. È Hubertin, e non vi Bozzetto per il personaggio di Massenaydico in che stato! Ed è qui che comincia una sequela di scene inenarrabili. Il buon ubriacone regge in mano una di quelle piccole torce elettriche da tasca, in nickel, il cui grande occhio di vetro ne ingrandisce il luccichio e funge da riflettore. L’uomo si punta dunque il fascio luminoso negli occhi. “Certo che è strabiliante! Questa torcia illumina all’incontrario, sicché mi tocca camminare all’indietro per vedere dove vado”. Tutte queste osservazioni sono azzeccatissime, come lo potrebbero essere quelle di un ubriaco in un bar. “Abito al quinto piano, mi basta salirne uno ed eccomi a casa. Una cosa del genere non mi succederebbe mai da sobrio”. Hubertin nota i vestiti appoggiati sul divano: “Ma guarda, mi sono spogliato senza neanche accorgermene”, e se ne va a letto senza spogliarsi. Quando Massenay e la Signora Chanal rientrano nella stanza potete ben immaginare le incredibili peripezie che ne conseguono. Tutti i loro sforzi e rimproveri si rivelano inefficaci contro la bonaria e incoercibile inerzia di Hubertin. All’inizio l’uomo propone alla coppia una mano di poker ma, poiché i due lo indispettiscono e lo assillano, lui si arrabbia. Come conseguenza, Hubertin getta i vestiti di Massenay dalla finestra ed estrae una pistola. I due amanti tentano invano di calmarlo, nell’attesa che arrivi il commissario allertato dal portinaio avvisato a sua volta attraverso un cornetto acustico. E alla fine per fortuna arriva, il famoso commissario. Massenay, tutto contento, corre ad aprirgli. Orrore! Perché si tratta sì del commissario, ma di quello avvertito da Chanal per constatare il flagrante delitto. L’uomo di legge mette tutto per iscritto secondo le formalità, mentre Massenay tenta invano di indossare le scarpe: “Non avreste per caso un calzante?”, chiede a Chanal; finita la “cerimonia”, e con la scena rimasta ormai vuota, arriva Coustouillu tutto trafelato. Si precipita sul letto in cui Hubertin dorme tranquillo. Quest’ultimo, risvegliato dal rumore, spara quattro o cinque colpi di pistola, e così si conclude l’atto secondo.

Il terzo e quarto atto, caratterizzati da un ritmo più lento, richiamano da vicino la struttura della commedia fantasista. All’alzarsi del sipario vediamo la Signora Massenay terribilmente scossa. La giovane ha trascorso la notte tra l’ansia, le lacrime e l’elenco telefonico. Ha chiesto notizie del marito praticamente a tutti: agli amici, ai familiari, ai circoli da lui frequentati, ai ristoranti notturni e perfino all’obitorio. Un muratore le riporta i vestiti che ha raccolto lungo la rue du Colisée. Le speranze sono ormai al lumicino: la Signora Massenay si convince di essere vedova. Un commissario di polizia, accompagnato da un amico di famiglia, si incarica di svolgere un’inchiesta. In quel mentre, il morto resuscita. Rientra in casa con precauzione, con in mano un piccolo candeliere. Il presunto annegato semplicemente “galleggia” negli abiti di Hubertin. Dopo un po’, un domestico annuncia il Signore e la Signora Chanal. Chanal, calmissimo, con una punta di sprezzante ironia, espone al Signor Massenay la sua intenzione di passare la mano. Poiché la Signora Chanal è indubbiamente piaciuta al Signor Massenay, ebbene, vorrà dire che il Signor Massenay dovrà sposarsela. “Ma sono già sposato!”, esclama quest’ultimo. “Potevate pensarci prima”, ribatte Chanal. E vediamo due facchini intenti a trasportare le valigie e i bagagli della seconda Signora Massenay.

foto di scena (3)

Nel quarto atto i “colpevoli” sono ormai marito e moglie, ma i loro gusti sono rimasti invariati: non si sopportano minimamente. Una bella scena da commedia ci informa che il Signor Massenay è ancora innamorato della sua ex moglie. Questa – la scena ricorda un po’ Il Dedalo (pièce in cinque atti di Paul Hervieu, rappresentata nel 1903, N.d.T.) – lascia ugualmente intuire di non odiare l’ex marito, anche se sta per contrarre matrimonio con tale Belgence, un amico di Massenay. Le possibilità sono due: o l’unione non avrà luogo, o se avverrà i due succitati ex sposi finiranno per diventare amanti. Tanto più che Massenay ha deciso a sua volta di passare la mano a Coustouillu – che per la cronaca ha affittato l’ammezzato (a quattromila franchi, ovviamente), ha incassato un anticipo, l’ultimo “addio” dell’amante, e ritrovato la sua verve.

Passa la mano è interpretata da un insieme di attori di alto livello. Torin, la cui gioiosa rotondità riempie ammirevolmente – è proprio il caso di dirlo – il ruolo dell’ubriacone Hubertin, è assolutamente straordinario. Il suo successo è stato non solo strepitoso ma anche meritato. Germain, invece, farebbe bene a non fidarsi troppo della sua memoria, anche se presta a Chanal il suo talento dei giorni migliori. Noblet interpreta un Massenay ironico e tenero. Landrin nei panni di Coustouillu, Gaby in quelli di Belgence e Victor Henry nel ruolo del commissario assecondano piacevolmente i protagonisti. Carlix dà vita a una Signora Chanal vivace e piccante; Landry (nel ruolo della Signora Massenay) ha saputo interpretare in modo straordinario, e con emozione, la sua scena del quarto atto. Gense, e soprattutto Jenny Rose, si meritano i nostri più sentiti complimenti.

Il nastro – articolo di critica teatrale del 1894

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Le Temps il 5 marzo 1894. L’autore è Adolphe Brisson. La traduzione è mia.

Locandina de Il nastro (1)Il nastro è, per così dire, un vaudeville con una trama da commedia. Il Dottor Paginet è un bravo medico, dalla carriera non eclatante, che è riuscito a costruirsi una sorta di reputazione scrivendo un paio di tomi, molto “arguti”, contro le scoperte microbiologiche di Pasteur. La sua massima ambizione è ottenere la croce della Legion d’onore: se la sogna, ne fa una malattia, la vuole da morire; siccome, tutto sommato, è una brava persona, parenti e amici si ingegnano affinché il Ministro gli “sganci” questo benedetto nastro rosso da lui tanto bramato. La moglie, pur di creargli una certa fama, è diventata presidente di non so quanti enti caritatevoli e ha accolto in casa, con la massima cortesia, il giovane Plumarel, nipote del suddetto Ministro. Come se non bastasse, la donna, in cambio dell’intervento del ragazzo per l’assegnazione dell’onorificenza, gli ha promesso la mano di sua nipote Simone, che non ha rifiutato la proposta ma si è fatta un’idea tutta sua, poiché ama tale Dardillon con cui si è segretamente fidanzata all’inglese.

Paginet si appresta dunque a ricevere la sua nomina, sennonché commette l’imprudenza di accompagnare un amico a un banchetto socialista. Plumarel gli annuncia immediatamente che lo zio, per timore di uno scandalo, ha deciso di rinviare l’assegnazione della croce alla prossima volta. Quello che però Plumarel non gli dice è che il Ministro, per compensazione, non solo ha depennato il nome di Paginet dalla lista delle nomine ma ha ben pensato di inserirvi quello della moglie. Immaginate l’emozione di Paginet quando, aprendo il quotidiano L’Officiel, vede citato il suo nome preceduto da un semplice Sign., che significa Signore.

Decorato! È stato decorato! Biglietti da visita, fiori e componimenti poetici arrivano a pioggia a casa sua. Conoscete già la fertile inventiva e la straordinaria fantasia di Georges Feydeau, superato, in questo caso, solo dal coautore Maurice Desvallières.

Il nastro contiene alcune scene di una comicità forse un po’ grossolana – almeno, questo mi è parso di notare la sera della prima – ma che mi hanno fatto ridere di gusto, e che ora, divertono tutti gli spettatori accorsi a vederlo.

Il fraintendimento, di cui è vittima Paginet, non tarda a venire a galla, ma poiché tutti temono, confessandoglielo apertamente, di causargli un duro colpo, nessuno dice niente. Anzi, il parentado progetta di portarlo in campagna, per poi lasciarlo vivere nell’illusione della nomina in attesa che il Ministro venga a più miti consigli. Il piano, però, fallisce; e il segreto è destinato a essere ben presto scoperto. Un redattore si è già presentato a casa dei coniugi per intervistare il nuovo Cavaliere della Legion d’onore: la signora Paginet. Poiché il giornalista ha parlato di decorazione, Paginet gli si para davanti con il nastro all’occhiello, e lo sguardo carico di orgoglio. Il redattore è tremendamente miope, sicché pensa di avere al suo cospetto la signora Paginet con addosso abiti maschili. Ne traccia una descrizione, e pone a Paginet delle domande che lo lasciano esterrefatto, impedendogli di capirci alcunché. È una scena da puro vaudeville, lo ammetto senza problemi. Ma è di una comicità impagabile, senza contare che Duard, attraverso lo studio del personaggio e l’originalità, la interpreta in modo incantevole, facendo da spalla a Dailly che, per l’intera durata della pièce, si distingue per sagacia e schiettezza, per bonomia e giocosità.

Locandina de Il nastro (2)Un evento imprevisto fa sì che Paginet scopra che il tanto agognato nastro spetta a sua moglie e non a lui. Inizialmente, il protagonista sembra prenderla molto bene: è contento che la moglie possa godere di una simile gioia poiché è un uomo straordinario e la ama. Ma a poco a poco, vedere che a casa sua arrivano, per un’altra persona, le stesse felicitazioni, gli stessi complimenti e i medesimi componimenti poetici da cui in precedenza era stato a sua volta subissato, gli provoca una notevole irritazione. Paginet diventa scontroso: minaccia di abbandonare il tetto coniugale. La cosa sembrerebbe destinata a finire male se gli autori, che hanno convertito in vaudeville il loro accenno di commedia, non avessero trovato un epilogo che il Palais Royal non disapproverà di certo.

Plumarel, il nipote del Ministro, a cui la mano di Simone è stata ripetutamente offerta e rifiutata, a seconda che si avesse o meno bisogno di lui, ha finito per ottenere l’approvazione di tutti. Dardillon, disperato, corre a gettarsi sotto le ruote della prima carrozza di passaggio. Ma fortuna vuole che la carrozza sia proprio quella del Ministro. I cavalli si erano imbizzarriti e il gesto di Dardillon li ha indotti a fermarsi.

“Riportatemi a casa Paginet”, ha detto Dardillon con voce flebile. Paginet! Il Ministro crede così che il suo salvatore sia proprio lui, e ovviamente gli invia subito il nastro rosso. Come conseguenza, Dardillon è autorizzato a sposare Simone.

Il difetto di questa pièce è che, a parte i ruoli di Paginet e della gradevole Simone, nessun personaggio sembra possedere dei tratti caratteristici. Attribuire una fisionomia specifica alla Signora Paginet, secondo me, sarebbe stato molto utile. Si ha quasi l’impressione che la cortese signora sia insignificante. Ma va detto che il dialogo è così vivace da far sì che ci si dimentichi ben presto di queste inezie. Non ci si preoccupa più della facilità con cui gli autori alternano vaudeville a commedia, e commedia a vaudeville: “Mi è venuto da ridere, ed eccomi disarmato!”, come afferma il personaggio dello zio in Métromanie (vedere Nota 1).

La graziosa e piccante Simone è interpretata da Rose Syma. Il ruolo prevede una deliziosa scena da commedia magnificamente recitata dall’attrice: Paginet crede di essere stato decorato e, come ringraziamento, promette a Plumarel la mano della nipote – come ben sapete la furbetta ama in realtà Dardillon – avendo però assistito a una rappresentazione di Monsieur Perrichon (vedere Nota 2), Simone insinua in Paginet il sospetto che il giovane si dia delle arie e che non ritenga l’uomo degno di ricevere la decorazione, poiché è solo suo il merito di aver convinto il Ministro. “È vero”, esclama Paginet, profondamente offeso, “Ho troppa considerazione di lui, quando in realtà è un uomo da poco!”.

Sugli altri artisti, mi permetto di non aggiungere nulla. Non è colpa loro se non hanno un ruolo rilevante. Fortunatamente, Dailly è sempre in scena. E con il suo buon umore riesce ad animare l’intero spettacolo.

Note:

[1] Commedia in versi in cinque atti di Alexis Piron, rappresentata per la prima volta nel 1779.

[2] Le voyage di Monsieur Perrichon è una commedia in quattro atti di Eugène Labiche ed Édouard Martin, rappresentata per la prima volta il 10 settembre 1860 al Teatro del Gymnase di Parigi.