Georges Feydeau e le notti da Chez Maxim

Belle Epoque (poster)Nella breve ma ampia e lussuosa Rue Royale di Parigi, che conduce dal tempio della Madeleine alla Place de la Concorde, esiste quasi inavvertito un restaurant che ebbe un ventennio di fastosa celebrità notturna. Ora la vita allegra dei nottambuli si svolge dalla mezzanotte all’alba di preferenza nei luminosi locali di Montmartre.

Ma vent’anni addietro, il più noto, il più frequentato, quello in cui si affollavano le demi-mondaines più eleganti, i viveurs più autentici, quello in cui i prezzi avevano veramente del fantastico, era il restaurant Maxim’s.

Feydeau vi si recava dalla mezzanotte in poi: per anni ed anni egli trascorse le sue ore notturne in quel notissimo locale alla moda.

Difficilmente rincasava prima di giorno. Ma non crediate con questo che Georges Feydeau fosse un cliente dissipatore e rumoroso. Il suo carattere di amante della solitudine e di nemico del chiasso lo portava quasi ad isolarsi dal frastuono che lo circondava.

Occupava un tavolino della prima sala che era, e credo sia tuttora, un bar: a quel tavolino era quasi sempre solo: beveva qualche bicchiere di birra: fumava un pacchetto di sigarette: scambiava poche parole con chi gliene avesse dirette: ma non si accomunava affatto all’ambiente dei nottambuli e delle donnine allegre: si sarebbe detto anzi che quell’ambiente lo disgustasse.

E tuttavia, strano contrasto di quella squisita natura, egli non sapeva né voleva distaccarsene.

Questi locali hanno delle fisionomie diverse a seconda delle ore in cui li frequentate. Perfettamente simili durante la giornata a qualunque più serio e composto restaurant parigino, snodano la loro caratteristica vita nottetempo.

Ed anche nelle ore notturne la fisionomia del locale e dei suoi assidui non è sempre la stessa. Dalla mezzanotte alle due vi si svolgono normalmente delle cene eleganti, ma non eccessivamente clamorose: dalle due alle tre il quadro inizia la sua prima fase di mutevolezza: non si bevono più acque minerali, non birra, non vini consueti: il caratteristico stappo dello champagne fa sentire ad ogni minuto i suoi colpi brevi e secchi; le donne trasmodano in allegria e passano ad atteggiamenti più licenziosi e provocanti: gli uomini alzano la voce; non si parla più, si grida: non si grida solamente, si canta, si urla; le sale sono dense di fumo; l’atmosfera diventa irrespirabile ed il chiasso aumenta sempre: le bottiglie di champagne vuotate vengono sostituite dai liquori.

Sono le tre. Le demi-mondaines più, come devo dire?, più rispettabili, quelle che hanno una palazzina propria, un’automobile alla porta e un protettore stabile, infilano la pelliccia e si ritirano ad una ad una come chi sentisse che dopo le tre Maxim’s non è più ambiente per la loro relativa rispettabilità.

E si svolge il penultimo quadro dalle tre alle quattro: sono rimasti i gaudenti che fanno della notte giorno e viceversa: sono indisciplinati, rumorosissimi: arriva qualche nuovo cliente; per solito giocatori fortunati che hanno abbandonato il circolo con una vincita che non vogliono compromettere (i perdenti rimangono per cercare di rifarsi), si dedicano a qualche donnina che non ha un accompagnatore fisso, ma che rimane da Maxim’s in attesa di un cliente ritardatario: il nuovo arrivato ha vinto al tappeto verde ed è per conseguenza il benvenuto. Ha vinto una sciocchezza: dieci, quindici, venti luigi (perché i quindici e i venti luigi sono sempre una “sciocchezza” quando si vincono). A quell’ora gli uomini abbandonano qualunque senso di compostezza; i polsini non sono più puliti, gli sparati delle camicie afflosciati, i frak hanno perso la linea, i portacenere sono zeppi di mozziconi e i bicchieri sono tutti vuoti.

Le donne? Pettinature che si sfaldano, vestiti che si sgualciscono, visi sui quali le tracce della notte inoltrata hanno impressi i loro segni caratteristici e pei quali si ricorre invano ad un tardivo supplemento di polvere al viso o di rosso alle labbra. Le conversazioni, che non furono mai prima di quell’ora castigate, prendono una piega più apertamente libertina e sono scambiate da un tavolo all’altro, dall’uno all’altro angolo della sala: donne e uomini non si conoscono fra di loro ma si danno del tu in omaggio alle ripetute libazioni. Dopo le quattro il locale si sfolla: gli ultimi rimasti si adattano talora ad accompagnare a casa, o altrove, le ultime rimaste; qualche frequentatore rincasa solo, perché fra la merce disponibile non ha trovato il fatto suo. Qualche donnina senza accompagnatore se ne ritorna scialba ed avvilita per non aver guadagnato che la cena e qualche volta neanche quella.

E siamo all’ultimo quadro: quello veramente pietoso: i pochissimi ultimi rimasti, uomini o donne, stanchi, disfatti, vinti dalla sonnolenza e sonnecchianti sui divani, sono avvertiti dai camerieri che il locale si chiude.

Chez Maxim (menu)E il piglio dei camerieri che hanno fretta di compulsare il conto delle mance non è più deferente e rispettoso, come alle prime ore della sera: sanno perfettamente che quei postremi frequentatori, quel rifiuto mattutino di Maxim’s non è più elemento da cui sperare né un’ordinazione costosa, né un pourboire anche modesto. Accade qualche volta che per spicciare il locale e levarsi dai piedi l’ultima importuna siano i camerieri a pagarle la carrozza purché se ne vada…

E Georges Feydeau che si attardava in quel locale ogni notte, lui che rimaneva isolato, raramente in frak, finché il celebre restaurant notturno non avesse chiuso i suoi battenti, lui che portava in quel baccanale la nota melanconica della sua bella giovinezza solitaria, lui era pago di avere studiato l’ambiente dove aveva raccolte osservazioni profonde sopra i tipi che poi riproduceva vivi e parlanti sulla scena.
(Adolfo Re Riccardi, I segreti degli autori, Edizioni Corbaccio, Milano 1928, pp. 217-219)

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