A Pig in a Poke: A scatola chiusa di Feydeau a Miami

Il presente articolo è stato pubblicato sul quotidiano Miami News il 17 ottobre 1973. L’autore è Bill Von Maurer. La traduzione è mia.

Feydeau - a scatola chiusaScendendo senza paura lungo i sentieri sconosciuti del teatro

Richard Gottlieb ripone una notevole fiducia nel teatro in quanto avventura e divertimento.

Egli, infatti, non esita a scendere lungo sentieri sconosciuti, scostando con le mani le ragnatele in cui si imbatte. Dopotutto, sa perfettamente cosa lo aspetta quando arriva in fondo. E come se non bastasse, nutre pochi dubbi sul fatto che i frequentatori dei teatri correranno in massa alle sue rappresentazioni, sempre che ricevano il messaggio in tempo.

La prossima produzione di Gottlieb, al Public Trust Theater di Coconut Grove, nella Contea di Miami, dove egli svolge la funzione di direttore artistico, è una French farce di Georges Feydeau, un nome che, come ammette lo stesso Gottlieb, molti americani non riescono neanche a pronunciare, sempre che l’abbiano mai sentito nominare, cosa che accade assai di rado.

Il titolo della pièce è A Pig in A Poke il cui significato letterale, in francese, è Il gatto in tasca (ovvero A scatola chiusa). Gottlieb ebbe modo di leggere il testo quando ancora era studente, all’Università britannica di Oxford, e ne rimase subito affascinato.

Questo regista ha la capacità di emozionare le persone consentendogli di guardare verso nuovi orizzonti teatrali, invece di lasciare che si abbandonino in poltrone di tessuto a sfogliare programmi di pièce ben rodate.

“Il testo di Feydeau è un divertentissimo esempio di teatro dell’assurdo. Ci dimostra che livelli può raggiungere la stupidità delle persone quando rifiutano di ascoltarsi”, spiega Gottlieb.

A scatola chiusa - Chat en poche

Quando gli si chiede in che modo la sua sete di novità, e di cambiamento, possa aiutare il suo nuovo, e di recente formazione, gruppo teatrale a mantenere i piedi per terra, Gottlieb risponde: “Se non fossimo certi di garantire al pubblico un’ora e mezza di divertimento, non avremmo neanche preso in considerazione la pièce. Inoltre, anche se molte persone non hanno mai sentito parlare di Georges Feydeau, è indubbio che, a livello mondiale, si è distinto come autore di alcune delle migliori farse mai concepite, incluse La pulce nell’orecchio e L’albergo del Libero Scambio”.

“In secondo luogo” prosegue Gottlieb, “Miami non ha bisogno di me o del Public Trust Theater per produrre spettacoli fotocopia di quelli di Broadway od off-Broadway. Alcuni hanno suggerito che se volevo fare teatro leggero dovevo mettere in scena Neil Simon, perché tutti conoscono le sue opere. Ed è proprio questo il punto: TUTTI conoscono Neil Simon. Le sue pièce sono molto divertenti, ma la gente può tranquillamente andarle a vedere, o averle già viste, in qualsiasi teatro della Florida meridionale.
“Anche se Feydeau è un autore del XIX secolo, le sue opere sono attuali quanto quelle dei nostri autori contemporanei. Chi non ha mai visto una sua pièce rimarrà piacevolmente sorpreso. Scoprire questo spassosissimo commediografo non fa che aumentare la gioia dello spettatore”.

La prima americana della pièce si terrà il 25 ottobre. La traduzione dal francese è dello stesso Gottlieb che, a suo tempo, trascorse sei mesi a Parigi imparando subito a padroneggiare la lingua. Per fare questo, abbandonò temporaneamente gli studi ad Harvard (dopo aver concluso quelli di Oxford) ma riuscì ugualmente a laurearsi in tempo.

A scatola chiusa - una scena

Non è la prima volta che Gottlieb traduce un testo. Ha tradotto Elettra di Euripide per gli spettatori newyorchesi, quando era direttore artistico del Players Theatre, e anche La pazza di Chaillot di Jean Giraudoux.

“Ogni pièce deve essere diversa”, asserisce con convinzione Gottlieb mentre discute sui percorsi che, dal suo punto di vista, il teatro, anche locale, deve intraprendere.
“Non ha alcun senso fare teatro se non sei disposto a correre dei rischi”, dichiara, respingendo la teoria secondo la quale è meglio promuovere dei testi che rientrano nella categoria del successo facile derivante dal compiacimento del pubblico.

Gottlieb ritiene che New York seguirà il suggerimento del Public Trust Theater di mettere in scena nuovi autori, nello specifico Feydeau. “Scopriranno la sua bravura”, afferma il regista prevedendone la reazione.

A scatola chiusa narra la storia di un ricco produttore di zucchero che cerca di comprare un cantante per costringere l’Opéra di Parigi a mettere in scena l’opera lirica della figlia.

Come tutte le farse, A scatola chiusa si avvale di numerose strategie quali lo scambio d’identità e le deduzioni sbagliate.

“La pièce contiene molti a parte, da cui si evince che ogni attore pensa che gli altri siano degli imbecilli – e gli spettatori ne vengono così informati. Provate a ricordare l’ultima pièce in cui avete sentito gli attori esprimersi attraverso gli a parte. È una strategia superba e Feydeau la utilizza alla perfezione”, sostiene Gottlieb.

La pièce è ambientata alla fine dell’Ottocento. I costumi sono di Karen Winer: sono francesi, con un sellino in rete metallica e in stile dandy.

Tradurre Feydeau in catalano: Hi ha un gall dins el piano (da Chat en poche)

Il presente articolo è stato pubblicato il 15 ottobre 1982 sul quotidiano La vanguardia. L’autore è Xavier Fabregas. La traduzione è mia.

Chat en poche - locandinaIl vaudeville è senza dubbio il più serio contributo che la cultura francese abbia dato al teatro nel secolo XIX; in concorrenza con il music-hall e a un livello molto superiore rispetto al dramma romantico. Con il vaudeville, la scrittura drammaturgica supera, per la prima volta, l’antinomia che il teatro neoclassico aveva determinato tra il padrone, di nobili sentimenti, e il domestico, caricatura del primo e i cui sentimenti sono spesso ridicoli. Ora, invece, Don Giovanni e Sganarello si fondono in un unico personaggio, eroe e antieroe, dando origine alla figura del borghese sicuro di sé e soddisfatto della vita.

Al momento giusto il vaudeville incontra Eugène Labiche, l’uomo che, con saggezza, sa definire le linee di questo genere teatrale. Come nei parti felici, Labiche viene al mondo nell’istante in cui la congiunzione delle stelle è favorevole: la rivoluzione industriale ha trionfato senza che le ombre che, ben presto, proietterà sul paese generassero la benché minima inquietudine, e l’uomo – ovvero il borghese che si ritiene responsabile del miracolo – circola liberamente per questa terra di nuove meraviglie. Sono i giorni dell’euforia del macchinismo: con Labiche, per la prima volta, viene introdotta sul palcoscenico una grande stazione ferroviaria.

Era indispensabile evocare le origini del genere, e il patriarca che lo governa, al fine di collocare l’opera di Georges Feydeau, del quale, a Barcellona, non si vedeva una pièce dai tempi dei Cicli del Teatro latino. Quindi, se Labiche rappresenta l’età del bronzo del vaudeville, Feydeau è l’età dell’oro. Tuttavia, nel teatro di Feydeau, composto a cavallo tra due secoli, le cose sono cambiate: i personaggi che frequentano le sue commedie, per quanto si dimostrino sicuri di sé, si portano ancora dietro l’esperienza dolorosa della Comune di Parigi. La società felice di Feydeau è già una società che ha preso le sue precauzioni: se nel Gruzzolo (1864) di Labiche i borghesi irrompono nei ristoranti in modo allegro e travolgente, nel locale Da Chez Maxim, così come viene raffigurato da Feydeau nelle sue commedie, bisogna entrare seguendo un cerimoniale ben preciso. Nel teatro di Feydeau, i dialoghi e il susseguirsi delle scene sono smussati, molto affettati e ben organizzati. E malgrado ciò, Feydeau – e il suo merito consiste proprio in questo – preserva il miracolo del ritmo e l’effetto istantaneo della sorpresa.

Chat en poche

Tradurre Feydeau, come tradurre Labiche, non è affatto semplice. Anzi, è quasi impossibile. Per riuscire nel compito bisogna assumersi il rischio delle equivalenze linguistiche, saper ricostruire i personaggi e inventarsi nuovi giochi di parole. Paul Monterde, dal mio punto di vista, è riuscito a ottenere un ottimo risultato nel suo libero, e al tempo stesso fedele, adattamento di Chat en poche, trasferendo l’azione da Parigi a Barcellona e ambientandola nel 1911 anziché nel 1888. Lo stesso discorso vale per il titolo originale, che in catalano diventa Hi ha un gall dins el piano, da cui traspare chiaramente l’idea di Feydeau.

Quella che invece, secondo me, si rivela una scelta discutibile – lecita, se si vuole, ma poco efficace – è la messa in scena che si è deciso di adottare per la pièce di Feydeau. La compagnia Globus de Terrassa ci presenta Hi ha un gall dins el piano in uno stile che ha ben poco a che vedere con le forme drammaturgiche concepite dall’autore francese: lo spettacolo è innanzitutto una farsa con personaggi truccati come pupazzi, che si muovono come marionette e che rappresentano delle perfette caricature. Gli attori seguono con molta precisione le istruzioni impartitegli, ma il loro calcare troppo la mano toglie al testo di Feydeau la leggerezza che lo contraddistingue e, in buona parte, gli toglie anche il veleno. Questo non è un vaudeville, ma una cosa molto più semplice e addirittura più grossolana.

Chat en poche - locandinaLa trama ideata da Feydeau si fonda su un malinteso iniziale: lo studente straniero che, appena giunto in casa di alcuni amici del padre, viene scambiato per un celebre cantante d’opera. A partire da questa premessa si verificano, come per elisione, dei malintesi a catena che da una situazione reale e quotidiana ci proiettano verso le più fantastiche possibilità comportamentali. Tuttavia, il divertimento consiste nel dimostrare che la quotidianità e l’invenzione casuale non sono poi così distanti l’una dall’altra come si potrebbe pensare, anzi, le repressioni inconfessate sono il motore di una serie di fatti che, solo in apparenza, ci possono sembrare coincidenze. L’intreccio drammaturgico di Feydeau è talmente ben concepito da resistere all’uso, poco esperto, che ne fanno gli attori del Globus de Terrassa. Sotto altri aspetti, che non sono quelli principali ma quelli più semplici e immediati, Hi ha un gall dins el piano continua a funzionare di fronte a un pubblico che, la sera della prima, ha spesso manifestato, con grasse risate, la sua spontanea soddisfazione.

A Horse of a Different Color – l’adattamento americano di A scatola chiusa di Feydeau

A Horse of a Different ColorIl presente articolo è stato pubblicato sulla rivista Theatre Journal nel maggio del 1980. L’autrice è Kathleen E. George, la traduzione è mia.

Il Clarence Brown Theatre, presso l’Università del Tennessee, ospita una compagnia di attori professionisti specializzata nell’allestimento di nuove pièces (tra le quali Incontro al fiume di Christopher Isherwood e Flemming di Sam Bobrick) e nella ripresa di opere già andate in scena nella scorsa stagione. Quest’anno, l’ultima pièce in cartellone è stata una farsa di Georges Feydeau.

Il nuovo adattamento di Julian Forrester di Chat en poche (in italiano A scatola chiusa, N.d.T.) ha assunto il titolo A Horse of a Different Color (in senso figurato Un altro paio di maniche) e ha per protagonista Pacarel, un uomo che si è arricchito inventando e producendo oggetti perfettamente inutili (nel testo originale era un produttore di zucchero e sciroppi). La sua ultima invenzione, come specificato nella battuta d’obbligo del titolo, è una tintura per cavalli. La tintura per cavalli, come spiega egli stesso allegramente, può essere utilizzata per camuffare i cavalli durante le corse o per coordinare il colore del manto del cavallo con quello dell’abito della sua giovane proprietaria. Simili raggiri in ambito affaristico o sportivo e il vizio, così scandaloso, di abbandonarsi ai piaceri o alle mode, sono parte integrante dell’habitat estetico di Feydeau nonché del mondo della bella vita rappresentato nelle sue pièces.

Le scenografie di Robert Cothran sottolineano alla perfezione le due tematiche della pièce: il vizio e il raggiro. Lo scenario, che rappresenta la casa e il giardino di Pacarel, mi ricorda con insistenza il cibo – un esotico vassoio da frutta azzurro, porpora, verde e giallo, con al centro due pouf dall’aspetto confortevole, quasi fossero stampi per aspic. Al tempo stesso, come le vite dei personaggi, il vassoio è bidimensionale ma pratico; quasi privo di spessore, ma con una prospettiva forzata molto più profonda.

Uno dei tratti distintivi della scrittura comica di Feydeau, che Forrester tende a evidenziare nell’adattamento e nella regia, è la ripetizione di una medesima battuta già mirabilmente sfruttata in precedenza. Ad esempio, quando il giovane Lanoix arriva in casa di Pacarel alla ricerca della sua fidanzata, Amandine è impegnata a leggere una lettera d’amore. Ne consegue che la donna tenta di congedarlo, ma ci riesce solo per caso quando, leggendo la lettera a voce alta, pronuncia la frase: “nella serra”, che è il luogo designato per l’appuntamento serale. A quel punto, Lanoix si allontana per recarsi nella serra. Poco dopo, la stessa lettera viene utilizzata per generare il medesimo equivoco. Lanoix entra, e Marthe, persa nei suoi pensieri amorosi, esclama a voce alta: “nella serra”. Il giovane, per la seconda volta, crede che la frase sia rivolta a lui. Le due scene vengono rappresentate senza varianti ma, malgrado la ripetitività, risultano divertenti in entrambe le occasioni.

Un esempio più estremo, del principio della ripetizione della medesima battuta, lo si evince dalla scena in cui il tenore prova a cantare per i propri ospiti (in realtà, i suoi datori di lavoro), e viene interrotto da un rumore simile a quello di una concertina di un suonatore ambulante. “Dategli dei soldi e ditegli di sloggiare!”, suggerisce qualcuno; a quel punto una marea di persone si dirige alla portafinestra, lancia una serie di monetine ed esclama: “Andatevene!”. Dopodiché, tornano al loro posto con aria soddisfatta. Il suono alla porta principale, tuttavia, si ripete. “Forse vuole altri soldi!”, ipotizza qualcuno. Il gruppo va nuovamente verso la portafinestra, lancia altre monetine, ed esclama: “Andatevene!”, rimettendosi nuovamente a sedere e dimostrando un’aria soddisfatta. Le famiglie Pacarel e Landerneau non si preoccupano del fatto che l’intruso possa ripresentarsi una terza volta. Sono di un ottimismo incrollabile. Vivono con il paraocchi. Sono sicuri di loro stessi e sono consapevoli del potere dei soldi, e infatti l’intruso non si ripresenta.

Chat en pocheLe farse francesi, partendo da Molière, passando per Jean Anouilh, e fino ad arrivare a Ionesco, possiedono una qualità peculiare: sono un allegro, valido oblio, costruito sull’ingenuità e l’incolpevolezza. I personaggi che ne sono protagonisti sono allergici all’introspezione e all’autoanalisi. Semplicemente, continuano ad avanzare finché il numero di complicazioni è abbastanza elevato da confondere ogni conoscente, marito, amante o menagramo. Quando una farsa francese viene rappresentata, vi è un’incantevole qualità infantile nei suoi clown materialisti. Richard Galuppi, grosso, cicciottello, baffuto, elegante e di bella presenza, con il suo orgoglioso entusiasmo (“Ho comprato un tenore!”, esclama a un certo punto), è l’incarnazione del clown francese. La quieta isteria di Mary-Elizabeth White, nel ruolo di Marthe Pacarel, si rivela a sua volta memorabile, così come l’ottimistica afflizione di Wandalie Henshaw, nel ruolo di Amandine Landerneau, la gioia nervosa di Richard Bowden, nel ruolo del Dottor Landerneau, e l’astuta stupidità di Patrick Husted, nel ruolo di Dufausset, il tenore incapace di cantare. La forza e la facilità con cui gli attori della Clarence Brown Company interpretano le pièces di Feydeau, rende A Horse of a Different Color un’opera deliziosamente riuscita.

Qui è possibile vedere un adattamento italiano della commedia A scatola chiusa:

A scatola chiusa – articolo di critica teatrale del 1888

Il presente articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre-dicembre 1888 della Revue d’art dramatique. L’autore è Emile Morlot. La traduzione è mia.

A scatola chiusa - locandinaIl teatro Déjazet è stato restituito agli amanti dell’allegria bonaria grazie alla pièce A scatola chiusa di Georges Feydeau. Si tratta di una farsa senza pretese, e forse un po’ sopra le righe, in cui l’autore si è divertito ad agglomerare tutte le battute comiche e le fantasie stravaganti che gli sono passate per la testa.

La storia riguarda un certo Pacarel la cui figlia, Julie, ha composto un nuovo Don Giovanni. Il direttore del teatro dell’Opéra si è permesso, con arroganza, di rifiutare la partitura ma, evidentemente, non ha fatto i conti con Pacarel. Quest’ultimo, infatti, è venuto a sapere che i Ritt e Gailhard del momento (vedere Nota 1) stanno cercando di ingraziarsi un celebre tenore di provincia, l’illustre Dujeton, attualmente impegnato a cantare a Bordeaux. Pacarel ha orchestrato un piano. Ha scritto al suo amico Dufausset di inviargli immediatamente il tenore; appena questi si presenterà a casa sua, Pacarel gli farà firmare un accordo, così, se il direttore vorrà il suo cantante sarà costretto ad accettare anche l’opera di Julie.

Nei giorni seguenti, un giovane si presenta a casa di Pacarel accompagnato da una lettera di Dufausset. È uno studente, figlio dello stesso Dufausset negoziante di Bordeaux. Pacarel lo scambia per Dujeton e gli fa firmare un accordo a dir poco stupefacente; nel frattempo, tutte le donne di casa lo colmano di attenzioni e vanno matte per lui. I mariti non si preoccupano poiché sanno benissimo che Dujeton potrebbe essere impiegato al serraglio. Il giovane Dufausset non ci si raccapezza più e non capisce perché tutti hanno la smania di farlo cantare ma, essendo un giovane educato, si adegua alla situazione, tanto più che la cosa non è affatto spiacevole. Tuttavia, il fraintendimento, notevole già di suo, deve prima o poi saltar fuori. Così, quando la verità viene scoperta, prima tutti si arrabbiano poi tutti si tranquillizzano e il sipario cala sul matrimonio del falso Dujeton con Julie.

A scatola chiusa - foto di scena

Questa commedia stravagante, che ha fatto ridere moltissimo il pubblico, ha tutte le caratteristiche per riuscire a restare in cartellone molto a lungo. La compagnia teatrale ha saputo interpretarla con dignità, dimostrando di essere ben coordinata pur non avendo a disposizione un soggetto eccezionale.

Note:

[1] Jean-Eugène Ritt e Pedro Gailhard diressero il teatro dell’Opéra di Parigi nel 1884.