La pulce nell’orecchio di Feydeau trasposta al cinema

Il presente articolo è tratto da La Vanguardia Española, 17 novembre 1968, p. 60. L’autore è A. Martinez Tomas. La traduzione è mia.

La pulce nell'orecchio - locandinaSoprattutto nel primo periodo del suo sviluppo, il cinema ha preso in prestito molte tematiche dal genere vaudeville. In questa specifica pellicola, non si tratta tanto di una tematica ma piuttosto di un intero vaudeville trasposto sul grande schermo fin nei suoi minimi dettagli. È una pièce classica che rispetta lo stile teatrale per il quale divennero famosi autori molto elogiati come Labiche e Feydeau. È probabile che il regista Jacques Charon abbia pensato che non fosse necessario aggiungere o togliere nulla a questa divertente commedia d’intreccio. I mezzi espressivi di cui dispone il cinema, a suo dire, evidentemente bastano a infondere nuova vitalità al testo.

Il risultato dell’esperimento è abbastanza soddisfacente. Il film è divertente, chiassoso e spumeggiante. L’eccellente ambientazione – che evoca la Parigi affascinante ed elegante della Belle Époque – è un ulteriore motivo di interesse e infonde leggiadria alla pellicola. Va da sé che lo spettacolo a cui assistiamo è un inverosimile bailamme avente, però, il pregio di risultare ingegnoso e di essere stato trasposto sul grande schermo con grande disinvoltura e perizia tecnica.

Il genere vaudeville, quando viene offerto in dosi moderate, non solo si rivela piacevole ma addirittura stimolante. Vedere come si divertivano, a suo tempo, i nostri genitori – e anche i nostri nonni – suscita comunque una certa curiosità.

Non serve specificare che l’intreccio di La pulce nell’orecchio è di quelli che hanno fatto epoca. Partendo da un semplice equivoco, che scatena la gelosia di una gentile signora innamorata del marito che, a sua volta, per una condizione psicologica molto “particolare” le è fedele – circostanza non molto comune nella Parigi libertina dell’epoca –, si scatena un folle andirivieni con corse, incontri fortuiti e altri eventi simili che permettono allo spettatore di trascorrere piacevolmente il suo tempo.

Rex Harrison in La pulce nell'orecchio

Rex Harrison in La pulce nell’orecchio

L’interpretazione degli attori è straordinaria. Il ruolo maschile principale è stato affidato al britannico Rex Harrison e la cosa sorprendente è come sia riuscito a calarsi con eleganza in una parte non esattamente “nobile”, anche se divertente, compiendo un lavoro eccezionale. L’attore si divide tra due diversi ruoli – quello del domestico e quello del gran signore – e in entrambi dimostra il suo grande talento. Anche l’interpretazione di Louis Jourdan e il delicato e raffinato impegno artistico dell’attraente Rosemary Harris sono degni di nota. Il film, pur essendo molto parigino, è una produzione nordamericana, il che rende la cosa ancora più curiosa.

La pulce nell’orecchio (A Flea in Her Ear): Regia: Jacques Charon; Sceneggiatura: John Mortimer; Autore: Georges Feydeau; Produttore: Fred Kohlmar; Interpreti: Rex Harrison, Rosemary Harris, Louis Jourdan; Distributore: Twentieth Century Fox Film Corporation; Data di uscita: 19 ottobre 1968.

Intervista alla regista della versione americana di La pulce nell’orecchio di Feydeau

La presente intervista è tratta dalla Study Guide dedicata alla pièce A Flea in Her Ear (La pulce nell’orecchio) rappresentata dalla compagnia di repertorio A Noise Within di Pasadena alla fine del 2015. L’intervistata è Julia Rodriguez-Elliott, regista dello spettacolo. Si ringrazia lo staff di A Noise Within per l’autorizzazione alla traduzione.

A Flea in Her Ear

A Flea in Her Ear foto di Craig Schwartz

Quali difficoltà avete dovuto affrontare nel dirigere A Flea in Her Ear di Georges Feydeau?
Credo non vi sia nulla di più difficile che portare in scena una classica farsa francese. È complessa dal punto di vista linguistico e comporta notevole precisione e un’impressionante velocità di movimento (è come una gara di atletica). La sua riuscita dipende inoltre dalla capacità degli attori di infondere umanità ai personaggi. Molto spesso, in un genere teatrale come quello della farsa, i personaggi risultano essere meno importanti dell’intreccio, ma affinché l’opera ottenga il giusto successo di pubblico e sia di buona qualità è necessario che si crei un’identificazione con i tipi presentati.

Come siete riuscita a rendere i personaggi credibili e rilevanti per il pubblico, vista e considerata la complessità dell’intreccio?
A Flea in Her Ear è concepita con grande maestria. Georges Feydeau prende un piccolo e insignificante fraintendimento, ci ragiona su a lungo e alla fine ne ricava una piacevole situazione caotica. Inoltre, si tratta di una pièce molto umana, interamente basata sui rapporti che abbiamo gli uni con gli altri. C’è una posta in gioco molto alta nelle relazioni intrecciate dai vari personaggi. La comunicazione, o la sua totale mancanza, è un altro tema centrale. Se i due protagonisti principali, Raymonde e Victor Emmanuel Chandebise, si parlassero, i loro problemi si risolverebbero subito, ma entrambi hanno troppa paura per farlo. Raymonde e l’amica Lucienne sono come Lucy e Ethel della serie tv americana I love Lucy. Sono loro a innescare gli avvenimenti della pièce e sono donne che, proprio come Lucy, non si lasciano comandare a bacchetta e prendono in mano la situazione.
Tutti i personaggi principali dell’opera sono estremamente vulnerabili. Tematiche come l’impotenza e la fedeltà coniugale sono difficili da affrontare in qualsiasi periodo storico ma soprattutto in un’epoca in cui di cose simili non si poteva parlare.

Come è nata l’idea di ambientare la pièce negli anni Cinquanta del Novecento?
A determinare la scelta dell’ambientazione è stata la nuova traduzione di David Ives. È stata realizzata con molta cura e ha riportato a nuova vita la pièce di Feydeau. Ne ho molto apprezzato la modernità e io stessa volevo rendere il testo più accessibile al pubblico di oggi senza tuttavia tradirne lo spirito originale. Desideravo che i personaggi abbandonassero l’ambiente ristretto del salotto per frequentarne uno più chic – che non ricordasse la media borghesia della Belle Époque ma piuttosto l’alta società che risiede in un appartamento in città – . In questo modo, speravo di rendere il testo più coinvolgente dal punto di vista emozionale. Dopo averne discusso con gli scenografi, ho infine optato per gli anni Cinquanta del Novecento perché è comunque un periodo in cui i ruoli maschili e femminili sono ancora ben definiti e in più si respira una certa ingenuità che consente al Frisky Pus Hotel di mandare avanti la sua attività: nel 1953 esce il primo numero di Play Boy e iniziano i viaggi in aereo; nel 1955 Dior riporta Parigi ai primi posti come capitale dell’alta moda e nel 1956 Miss Clairol lancia una campagna per permettere alle casalinghe e alle madri di famiglia di tingersi i capelli. Ma gli anni Cinquanta del Novecento sono anche gli anni in cui la terapia di coppia è ai suoi albori e i coniugi sono alle prese con l’intimità. Il divorzio non è ancora così diffuso ed è visto come una grande infamia. La rivoluzione sessuale avrà luogo appena nel decennio successivo.

In che modo la scenografia evidenzia questa tensione tra le norme culturali e il crescente desiderio di libertà personale, presente sia negli anni Cinquanta che nella pièce?

Dal punto di vista architettonico, io e gli scenografi abbiamo deciso di creare un’elegante simmetria tra i diversi interni della dimora dei Chandebise. Vivono al centro di Parigi, tra ricchi professionisti, e la loro casa si trova in un distretto circondato da gallerie, negozi di antiquariato, librerie e ristoranti. Poi, nell’atto secondo, il pubblico si trova improvvisamente catapultato in uno squallido incubo curvilineo.

John Rando, A Flea in her Ear, la farsa francese e Georges Feydeau

Il presente articolo è tratto dal sito teatrale Berkshire on stage and screen (from the Berkshires to Broadway and Beyond), a cura di Larry Murray, ed è stato pubblicato il 05 agosto 2014. La traduzione è mia.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her EarSecondo l’attore Mark Harelik una farsa folle come La pulce nell’orecchio non è cosa da sperimentare a casa propria: è molto complessa e cadere continuamente sul sedere può provocare lesioni non da poco. “Durante le prove abbiamo deciso di procedere passo passo, coordinando le battute e i movimenti con lo sbattimento delle porte e le dozzine di entrate e uscite. Ma una volta che l’intero cast ha acquisito dimestichezza con la procedura, è stato come spingere una palla di neve giù per una montagna: è diventato qualcosa di inarrestabile”.

Questa è la farsa secondo Georges, Georges Feydeau. Il genio francese della commedia.
Un uomo capace di concepire situazioni inverosimili, contenenti un’infinità di dettagli, come fossero ricette perfette che un secolo dopo continuano ad allietare il pubblico. Il regista John Rando ritiene che “seguire i suoi schemi è molto divertente”, anche se il copione da lui osservato è diverso da tutti quelli visti in precedenza poiché si tratta di una nuova traduzione a cura del commediografo britannico David Ives.

“David è un vecchio amico, un amico intimo, e quando ho letto la versione da lui realizzata per il Chicago Shakespeare Theatre mi è piaciuta subito”. John Rando, che nel 2002 ha vinto un Tony Award come regista del musical Urinetown, aggiunge: “David ha scritto una versione molto spiritosa della pièce; fedele all’originale ma con un’appropriatezza di linguaggio e giochi di parole che la rendono perfetta per il pubblico americano. Ho capito subito che dovevo metterla in scena. Così l’ho proposta a Nicky (Nicholas Martin, direttore artistico del Williamstown Theatre Festival) nel gennaio scorso perché rappresenta il lato migliore di due mondi – entrambi molto raffinati e divertenti. Lui ha accettato e così il testo è stato messo in cartellone”.

David Ives non si è limitato ad adattare il copione con la massima precisione, ma ha curato anche la traduzione delle lunghe didascalie. A volte, queste ultime sono ben più estese e dettagliate dei dialoghi stessi. “David è andato a rileggersi il copione originale e ha fatto un lavoro certosino riga per riga”, specifica il regista.

Le battute in sé non sono così importanti quanto le situazioni inverosimili in cui i personaggi si trovano coinvolti. Come spiegò benissimo Feydeau una volta: “Quando in una delle mie pièces due personaggi non devono incontrarsi, io li metto uno di fronte all’altro”.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her Ear

John Rando nutre la stessa profonda ammirazione sia per David Ives che per Georges Feydeau: “David Ives è un grande autore comico, nonché un maestro dell’assurdo e del linguaggio giocoso, che non solo è divertente vedere sulla scena ma anche portare in scena. La pulce nell’orecchio è la farsa francese per eccellenza, quella che ha fatto esplodere il talento di Feydeau. Il celebre drammaturgo francese ha scritto tante pièces, ma questa è una delle più estreme ed esilaranti”.

Per gli attori, correre continuamente in tutte le direzioni è faticoso e allo stesso tempo pericoloso. “Ma a un certo punto viene spontaneo e quindi le difficoltà si appianano”, spiega Mark al telefono. “Dovrebbe vedere quant’è inzuppata la mia camicia in questo momento. Abbiamo appena finito le prove. Ero così orgoglioso di non essere un maglione, e invece ora ho scoperto di essere un cardigan”.
La pressione si fa sentire anche perché il tempo per le prove è molto limitato ed è quindi importante che le frenetiche scene di inseguimento e le improvvise entrate e uscite siano calcolate alla perfezione affinché tutto funzioni al meglio sul palco. “Da voi, nel Berkshire, non si fanno le prove, vero? Si entra in qualche modo in scena e avviene il miracolo!”, dice scherzando il regista John Rando, “ma se qualcosa non è stato provato abbastanza, il pubblico se ne accorge subito”, concorda, per poi aggiungere quasi ripensandoci e sempre in tono scherzoso: “Scommetto che lei è uno di quei critici che viene a vederci per poi darci addosso”.
“Un critico, certo”, rispondo io, “ma la recensione non la scrivo mica io, se ne occuperà il mio collega Charles Giuliano”.
“Beh, allora io e la mia compagnia ci auguriamo che entrambi trascorriate una piacevole serata. Abbiamo un cast di prim’ordine: sono tutti attori professionisti che sanno benissimo quanta fatica ci vuole per acquisire il giusto ritmo comico in una pièce di questo tipo”. Oltre al già citato Mark Harelik, il cast comprende Brooks Ashmanskas, Mia Barron, Jeremy Beck, MacIntyre Dixon, Carson Elrod, Tom Hewitt, Tom McGowan, Kathryn Meisle, Geoffrey Murphy, Heidi Neidermeyer, David Pittu, Debra Jo Rupp e Sarah Turner.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her Ear

John Rando si sta scaldando per l’impresa. “La pièce di Feydeau, come altre simili, l’ho vista quando sono stato a Parigi. Lì ho scoperto questa magnifica pasticceria con la vetrina piena di squisitezze. Mi veniva voglia di entrare e comprare il negozio intero. Credo sia proprio questa la sensazione che deve provare il pubblico quando assiste a La pulce nell’orecchio. È un testo che per certi versi critica aspramente la mentalità borghese del periodo (la fine dell’Ottocento) e allo stesso tempo la esalta”.

Il Chicago Shakespeare Theatre dispone di ben tre scenografie di alto livello che attirano ancora di più l’attenzione. La domanda che ci poniamo è: quale sarà la scenografia utilizzata durante il Williamstown Theatre Festival? A quanto afferma John Rando, la compagnia si avvarrà di due scenografie. Nel primo atto, che si svolge nella casa della signora Chandebise e del marito assicuratore, l’ambientazione sarà una versione moderna di un appartamento parigino di inizio secolo. Nel secondo atto, invece, ci sarà l’albergo: “Un modesto hotel per relazioni extra-coniugali frequentato dalla media-borghesia. È un luogo più intimo che lussuoso”.
“Una commedia funziona meglio in stato di compressione. Se la stanza è più piccola di quanto dovrebbe essere, già questo elemento da solo fornirà maggiori possibilità di divertimento. È molto impegnativo riempire un palcoscenico di notevole grandezza perché, in questo contesto, le porte più ravvicinate sono più comode e facilitano la riuscita dello spettacolo. L’atmosfera di compressione garantisce anche che ogni personaggio vada continuamente a sbattere addosso all’altro”.

Ma, di preciso, quante entrate e uscite di scena ci sono? “Circa trecento”, afferma John, “ma la sensazione è che ce ne siamo più di novecento”, replica Mark. “L’obiettivo è fare in modo che tutto avvenga in simultanea”, afferma ancora Mark, “e più lo spazio è ridotto e senza possibilità di sgusciare da qualche parte più è facile saltare dentro e saltare fuori. Dobbiamo considerare anche il tempo che ci vuole per girare la maniglia della porta”.
Secondo voi tutto questo si può paragonare a una partita a tennis? “Certo, con dodici persone che giocano in contemporanea”, risponde Mark.

La discussione si sposta su Feydeau e sulla necessità o meno di attualizzare i suoi testi. Non è difficile immaginare come sarebbe se Feydeau fosse ancora vivo e potesse inserire nei suoi copioni il Viagra o il Cialis.
“I testi di Feydeau sono già completi così”, afferma Mark, “anche senza la presenza di cose di questo tipo. La posata e compassata classe media mantiene sempre una certa dose di immobilità, perché è totalmente incapace di sfuggire alla sua vita abitudinaria. Ecco perché i borghesi vanno in questo hotel: per sfuggire alla quotidianità. Così il mondo che li circonda esplode benché loro facciano di tutto per non perdere la dignità”.

La pulce nell'orecchio - A Flea in her EarMentre parliamo, la conversazione si sposta rapidamente sulla velocità di un cambio di scena. Avete anche il letto girevole? “Come no”, risponde Mark. “Non potevamo farcelo mancare”, incalza John. “E indossiamo anche le giarrettiere”, aggiunge Mark. “E abbiamo anche gli scambi di identità”, specifica John.

E la trama, chi ce la racconta? John si offre volontario: “La pièce ruota attorno a un paio di bretelle smarrite, e poi ritrovate, che vengono recapitate per posta. Gli autori dell’epoca amavano molto questo genere di cose: una storia che si dipana da un singolo e semplice avvenimento iniziale”. Mark aggiunge che: “C’è anche un’interessante evoluzione, sociologica e intellettuale, che si verifica proprio in questo periodo. Le pièces di George Bernard Shaw irrompono sul palcoscenico con le loro meticolose didascalie e una pungente satira sociale che spesso si rivela smaccatamente divertente”.
John: “Feydeau non era considerato un realista, ma i suoi testi erano comunque incentrati sulle persone reali che si recavano a teatro. Ragion per cui molti dei suoi personaggi si potevano facilmente riconoscere tra il pubblico presente in sala”.

E quanto dura la pièce? John: “Sono tre atti. I primi due hanno una durata di circa trentacinque minuti l’uno, mentre il terzo ne dura trenta. E sono previsti due intervalli”. Mark: “È il classico modo di concepire una pièce”.
Di questi tempi, due intervalli a teatro sono piuttosto rari. Ma nel caso specifico si rivelano molto utili anche per gli attori.
John: “Consentono a tutti di funzionare al meglio”.
Mark: “Il primo intervallo ci aiuta a riprendere fiato, mentre il secondo è come una rapida boccata d’aria prima della folle corsa fino alla fine”.

Un po’ di storia della pièce: Nel corso degli anni sono state realizzate numerose traduzioni di La pulce nell’orecchio. Il nuovo adattamento di David Ives è stato commissionato dal Chicago Shakespeare Theatre ed è stato presentato il 10 marzo 2006 in anteprima mondiale. Se qualcuno di voi ha mai avuto modo di vedere La pulce nell’orecchio è probabile che sappiate apprezzare anche la versione di John Mortimer, realizzata per il Britain National Theatre e rappresentata per la prima volta all’Old Vic Theatre nel 1966. Il testo è stato anche portato sul grande schermo dalla 20th Century Fox con Rex Harrison nel ruolo principale. Nel 1969, invece, l’ANTA Playhouse di New York ne ha allestito una versione tradotta da Barnett Shaw, mentre nel 1998, sempre a New York, l’adattamento di Jean-Marie Besset e Mark O’Donnell è stato rappresentato al Roundabout.

Nella versione diretta da John Rando le scene sono di Alexander Dodge, i costumi di Gregory Gale, le luci di Rui Rita e le musiche e il sound design di John Gromada. Stephen Gabis è il coach dialettale, mentre Rick Sordelet è il fight director. Il direttore di scena è Donald Fried.

N.B. Spesso e volentieri il letto girevole computerizzato si è inceppato bloccando gli attori e ostacolando il normale procedere della pièce. Tuttavia, incidenti di questo tipo si sono rivelati divertenti quanto lo spettacolo stesso.

Le immagini sono tratte dal sito ufficiale del Williamstown Theatre Festival: http://wtfestival.org/main-events/flea-in-her-ear-a/ Il fotografo è Andy Tew.

Sir John Mortimer e La pulce nell’orecchio di Feydeau

Il presente frammento è tratto dal volume Clinging to the Wreckage, Penguin Books, Londra 1983, pp. 195-198. L’autore è Sir John Mortimer. La traduzione è mia.

A Flea in her EarPer me, il termine farsa, non ebbe alcun significato fino al giorno in cui non lessi La pulce nell’orecchio di Georges Feydeau. A quel punto, mi accorsi che si trattava di una faccenda molto seria. Le pièces di Feydeau sono vere e proprie tragedie interpretate ad alta velocità, e la trama dell’Otello, ad esempio, – con quel tipico oggetto di scena in stile Feydeau costituito dal fazzoletto che va perso (ne La pulce nell’orecchio si tratta di un paio di bretelle) – sarebbe un’eccellente base per questo genere teatrale.

Il mondo della farsa è, per forza di cose, quadrato, solido, rispettabile e sicuro di se stesso, in caso contrario non potrebbe esplodere. Non vi è nulla di comico in un tremante masochista che viene sculacciato sul sedere, o in un gruppo di adolescenti svedesi, briosi e indulgenti, che vengono sorpresi nelle stanze sbagliate. Eventi del genere possono accadere solo a persone molto dignitose e di alta integrità morale. È impossibile far ridere con persone già di per sé ridicole, e i personaggi di Feydeau sono di una serietà straordinaria. Sono adulti e dotati di un’autostima invidiabile. […] Ogni cosa, nella loro vita, è solida, prevedibile e anche un po’ tediosa. I mariti sono già in età avanzata e, a letto, sono diventati indolenti o anche peggio. Le mogli, di sana costituzione, ma dall’atteggiamento ancora un po’ adolescenziale e dalla “virtù di ampio respiro” restano, come affermò lo stesso Feydeau, “quasi subito senza fiato” e rimpiangono di non potersi prendere un amante senza deludere i consorti. Questi ultimi, in compenso, provano una certa invidia per i loro amici scapoli e gettano uno sguardo cauto, ma interessato, su quegli alberghi scurrili in cui si imbattono lungo la strada che, dall’ufficio, li riconduce a casa. Le pièces di Feydeau iniziano, come ogni grande dramma che si rispetti, proprio nel momento in cui questi piccoli desideri si convertono in spaventosa realtà.

Da quell’istante in poi, com’è logico che sia, il buonsenso turbina e si inclina come la stanza di un ubriacone. Un piccolo equivoco tra le mura domestiche, o una lieve bugia bianca, bastano a generare una serie di disastri inevitabili e terribili quanto una tragedia greca. Mariti, mogli e amanti raggiungono di conseguenza un tale livello di confusione da non essere nemmeno più in grado di dire se hanno tradito qualcuno oppure no, e non gli resta neanche il tempo di saltare nel tanto bramato letto poiché tutti corrono troppo veloce.

A Flea in her Ear

Malgrado ciò, come i cappelli che i loro proprietari cercano disperatamente di trattenere durante le folate di vento, i personaggi devono assolutamente mantenere il buonsenso. Presi a calci, abbracciati alla sprovvista, presi a pistolettate, scambiati per matti, essi continuano a comportarsi in modo razionale, il che contribuisce ad aumentare di molto la demenzialità della situazione. […]

Le pièces di Georges Feydeau sono così meravigliosamente costruite che un altro drammaturgo può solo limitarsi a osservarle con lo stesso timore reverenziale con cui un insegnante di matematica alle prime armi si avvicina all’opera di Einstein. Ogni suo testo contiene quei dieci minuti iniziali piuttosto noiosi che dimostrano come l’autore stia predisponendo le fondamenta per l’elaborato edificio che costruirà nel corso della serata. Feydeau si preoccupa molto degli eventi e poco dei giochi linguistici, di conseguenza, nel tradurlo in inglese, decisi di inserirne alcuni di mia invenzione, anche se devo ammettere che non furono mai accolti con tante risate come le accurate esclamazioni concepite da Feydeau stesso e pronunciate proprio al momento giusto (quei “Chi?”, “Cosa?”, “Non ci credo!”, che costituiscono il suo marchio di fabbrica).

A Flea in her Ear

Erano bei tempi quelli in cui sedevamo nelle baracche Nissen, dietro il National Theatre, mentre Laurence Olivier consumava i suoi pasti a base di mele e champagne e noi leggevamo e rileggevamo la pièce fino a non farla sembrare più una traduzione ma dando comunque agli spettatori la sensazione di essere in grado di capire la lingua francese. Il linguaggio della farsa francese di fine Ottocento, per fortuna, fu per me abbastanza facile da tradurre, visto che non si allontanava poi molto dal linguaggio di P.G. Wodehouse o di Jerome K. Jerome e da quella parlata ancora in uso in alcune Inns of Court (nota 1). Linguaggio che, in seguito, avrei analizzato ed approfondito ulteriormente nel momento di scrivere Le avventure di Bailey (nota 2).

Per ulteriori approfondimenti vedere anche l’articolo, pubblicato su Fucine Mute, La farsa è una cosa seria: Sir John Mortimer traduttore di Feydeau.

Note:

1) Locande di Corte: Collegi professionali inglesi, raggruppanti coloro che esercitano la professione legale. Furono istituiti nel secolo XIII quando, chiuse le scuole londinesi di diritto romano, fu stabilito dal re Edoardo I (1272-1307) che coloro che avessero voluto intraprendere l’esercizio dell’attività legale avrebbero dovuto istruirsi unicamente frequentando i tribunali di Westminster. (Fonte: Dizionario Giuridico Simone)

2) Serie televisiva in quarantadue episodi trasmessa della tv britannica per quattordici anni a partire dal 1978 e incentrata sui casi affrontati dall’avvocato Horace Bailey basati sull’esperienza reale di Sir John Mortimer.

La farsa è una cosa seria: Sir John Mortimer traduttore di Feydeau

Il presente articolo è stato pubblicato, l’11 dicembre 2010, sul settimanale britannico The Spectator. L’autrice è Emily Mortimer. La traduzione è mia. Si ringrazia la redazione di The Spectator per l’autorizzazione alla traduzione.

Emily Mortimer, attrice inglese celebre per aver recitato in film quali Spiriti nelle tenebre (1996), Match Point (2005),  Shutter Island (2010), Hugo Cabret (2011) e per il ruolo di MacKenzie McHale nella serie The Newsroom, racconta di quando Kenneth Tynan chiese a suo padre John di tradurre una farsa di Feydeau, e spiega come vorrebbe che fosse ancora qui a bere champagne con l’attuale troupe teatrale.

Clinging to the Wreckage«Fu nella seconda metà degli anni Sessanta che ebbi l’opportunità di apprendere il vero significato del termine “farsa”», questo è quanto scritto da mio padre nel suo libro Clinging to the Wreckage. Era l’epoca in cui aveva iniziato a frequentare Ken Tynan. In famiglia, era solito raccontarci di un party post-elettorale a casa di Tynan dove, tra gli ospiti, si potevano contare anche alcune donne di cera, a grandezza naturale e vestite da suore, sedute nei gabinetti o adagiate su ogni letto in pose licenziose. Era la notte delle elezioni del 1966, quando il partito laburista di Harold Wilson tornò a vincere con larga maggioranza e quando, malgrado la forte crisi economica, la “società permissiva” era in pieno svolgimento.

Quando non era impegnato nell’organizzazione di party per suore modellate nella cera, il geniale Ken Tynan aiutava Laurence Olivier nella gestione della National Theatre Company. Le riunioni del consiglio di amministrazione si tenevano nelle baracche Nissen,[1] in un cantiere edile nella zona di South Bank, mentre Laurence Olivier consumava i suoi pasti a base di mele e champagne. In quel periodo, Tynan chiese a mio padre se era disposto a tradurre una farsa di Feydeau intitolata La pulce nell’orecchio (il cui titolo inglese sarebbe stato A Flea in Her Ear) per la National Theatre Company.

Mio padre rispose di non intendersene affatto di farse, finché non lesse La pulce nell’orecchio e scoprì che si trattava di una faccenda seria. Egli stesso dichiarò che le pièce di Feydeau erano delle vere e proprie tragedie interpretate ad alta velocità e che la trama dell’Otello, tanto per fare un esempio, con quel tipico oggetto di scena in stile Feydeau costituito dal fazzoletto che va perso (ne La pulce nell’orecchio si tratta di un paio di bretelle), sarebbe stata un’eccellente base per una farsa. In realtà, la farsa era qualcosa che si adattava perfettamente alle doti percettive di mio padre, sia come scrittore che come uomo. E a dire il vero, in materia, già ne sapeva molto di più di quanto pensasse quando accettò la proposta di Ken Tynan. Continua a leggere su Fucinemute.it