Il suo Feydeau come lo vuole? Liscio, grazie

Il presente articolo è tratto da L’Unità, 25 febbraio 1981. L’autore è Nicola Fano.

Paola GassmanÈ la stagione di Feydeau, viene riproposto un po’ in tutte le salse. C’è chi lo modernizza, chi esalta la sua filosofia sociale, chi lo travolge di drammaticità e chi lo presenta così com’è, ingegnoso e spassoso creatore di situazioni comiche e paradossali, comunque teatrali. A quest’ultima linea dovrebbe riferirsi la realizzazione del Gatto in tasca, opera giovanile del 1888, rielaborata da Roberto Lerici per la regia di Luigi Proietti (al suo debutto dietro le quinte) e con Paola Gassman, Ugo Pagliai e Mario Carotenuto protagonisti, in scena al Brancaccio.

Insomma, come mai tanti Feydeau in questa stagione: è un’ennesima riscoperta o un nuovo round del duello fra classici e contemporanei? “È una coincidenza – spiega, laconico, Luigi Proietti – : Feydeau da una parte è un classico, dall’altra è un autore divertente, stimolante in tutte le epoche, direi quasi popolare. Per quanto ci riguarda, poi, volevamo proporre un suo testo in questo teatro, per rivolgerci ad un pubblico, qual è quello del Brancaccio, che non frequenta spesso altre sale”.

Allora è un caso, va bene, ma resta il fatto che almeno nelle due ultime stagioni il nome di Feydeau è comparso molto spesso sulle locandine di teatri grandi e piccoli. Si dice che i suoi testi rallegrino pur restando fedeli alla regola del gioco serioso; e poi Feydeau è un maestro, si dice ancora, nel costruire intrecci al limite dell’assurdo.

Sarà ma, in fondo in fondo, che ne pensa Proietti di Feydeau? “Penso che bisognerebbe avvicinarlo senza preconcetti di sorta – ci dice – e soprattutto lasciando necessariamente da parte il riflusso: Feydeau è un autore che va iscritto nella cerchia di coloro i quali hanno creato lavori strettamente spettacolari. Un caso di “teatro-teatro”, non di letteratura teatrale: quindi va proposto al pubblico attraverso l’ottica della funzionalità scenica, del divertimento teatrale, non di un “ripescaggio” culturale troppo sofisticato”.

Infatti, Roberto Lerici, che ha tradotto e adattato Le chat en poche, ha cercato di rendere fino in fondo la scorrevolezza dell’originale, rifiutando la tentazione di preziosismi linguistici. Si tratta di una libera trascrizione che pone l’accento sull’irrazionalità della commedia, su quella struttura che quasi precorreva le regole del teatro di Ionesco, addirittura di Beckett. D’altra parte è stata messa in luce più volte la filiazione del teatro dell’assurdo dal vaudeville.

Proietti, Pagliai, Gassman

Proietti, Pagliai, Gassman

Luigi Proietti cura la regia di questo spettacolo, ma non vi partecipa come attore. Quale impronta ha dato alla rappresentazione? “La mia non è una regia paludata – dice – ma una semplice messa in scena professionale, basata anche sulla disponibilità di alcuni attori, capaci di fare il loro mestiere. Più che altro si tratta di un lavoro di équipe, cui hanno contribuito un po’ tutti, dagli interpreti al regista, all’autore dell’adattamento”.

Allora gli affezionati del Brancaccio avranno il loro meritato Feydeau, servito “liscio”, al naturale. Altri hanno avuto il Feydeau impegnato, portatore di messaggi sociali, “rivoluzionari” per l’epoca, precursore di profonde e novecentesche teorie. E altri ancora avranno il Feydeau rispolverato e lucidato di contemporaneità.

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